Sono rimasto sconcertato nel leggere una frase del suo commento sulla fine del comunismo e il trionfo del capitalismo: «Lo Stato sovietico... aveva dimostrato di saper trattare con una certa equanimità i cento popoli della Grande Russia».
Anche i milioni di contadini ucraini costretti da Stalin a morire di fame rientrano in questa «equanimità»? Lo Stato sovietico era equanime solamente nello sterminare tutti quelli che si opponevano ai suoi folli progetti.
Michelangelo Navire, | michelanglo.navire@alice.it
Risponde sul Corriere Della Sera l'ottimo Sergio Romano :

Caro Navire, Stalin trattò i contadini ucraini non diversamente dal modo in cui trattò, in altri momenti della storia sovietica, i suoi compatrioti georgiani, i ceceni, i tatari, i tedeschi del Volga e tutti gli altri gruppi etnici che accusò di avere collaborato con i tedeschi durante la Seconda guerra mondiale. È probabile che avesse forti pregiudizi razziali, e ne dette la prova quando montò contro gli ebrei, alla fine della sua vita, il «complotto dei camici bianchi ». Ma i motivi delle persecuzioni furono soprattutto ideologici e psicologici: la difesa del regime e una mentalità morbosamente sospettosa.
Nella sterminata lista delle sue vittime, del resto, il posto d’onore spettò ai russi.
Ma l’accusa di razzismo, se indirizzata al sistema sovietico, non sarebbe giusta. L’Urss ereditò tutte le conquiste territoriali realizzate dallo Stato zarista nel corso della sua storia e fu anch’essa, per molti aspetti, un impero coloniale.
Ma ebbe caratteristiche che la resero alquanto diversa da qualsiasi altro impero coloniale della storia contemporanea.
La prima fu la contiguità territoriale con i territori conquistati.
Mentre Spagna, Gran Bretagna e Francia conquistarono terre al di là dei mari e degli oceani, la Russia e l’Urss si estesero sul continente espandendo i loro confini.
La seconda fu il carattere ideologico e universalista del regime. Vi fu un momento, durante la Seconda guerra mondiale, quando Stalin, nonostante le sue origini caucasiche, si atteggiò a leader russo.
Ma lo fece perché capì che l’orgoglio nazionale del popolo russo sarebbe stato più efficace contro i tedeschi di qualsiasi bandiera ideologica.
Queste due caratteristiche - la contiguità territoriale e la missione universale - ebbero l’effetto di rendere meno importante la distinzione fra il popolo conquistatore e i popoli conquistati. Mentre la Gran Bretagna non ebbe mai un Premier indiano, l’Unione Sovietica ha creato, in nome del comunismo, una classe dirigente multinazionale ed è stata governata o amministrata nel corso della sua storia da georgiani (Stalin, Beria, Ordzhonikidze, Shevardnadze), da ucraini (Kruscev, Gromiko, Podgorni, Breznev), armeni (Mikojan), polacco-lituani (Dzerzhinskij), ceceni (Khasbulatov), azeri (Aliev), per non parlare dei molti ebrei che ebbero posizioni di alto profilo nel sistema sovietico, da Trotzkij a Litvinov.
Ho parlato dei dirigenti, ma non sarebbe giusto dimenticare gli scrittori, i poeti, gli artisti, i musicisti e gli attori. Molti adottarono la lingua dominante e divennero quindi protagonisti della grande cultura russa. Altri tuttavia rimasero fedeli alla loro lingua materna e pubblicarono le loro opere in georgiano o nelle lingue di origine turca e iraniana dell’Asia Centrale. È possibile essere contrari al comunismo, caro Navire, senza ignorare le caratteristiche di uno Stato che fu pur sempre, nonostante i suoi molti vizi, una grande opera del Ventesimo secolo.





















