Brani tratti dalla
TELA DI ULISSE
Prefazione Proprio l’altro ieri, mentre ero in strada, camminando con i miei pensieri, mi giunse un richiamo da un amico: “Ehi tu, Apollodoro, non mi aspetti? Ed io mi fermai ad aspettarlo; e quello: “Apollodoro “- disse – “proprio ora ti cercavo perché volevo sapere dell’incontro di Agatone, Socrate, Alcibiade e degli altri che si trovavano là, e dei discorsi che fecero sull’amore. Un amico, infatti, me ne ha parlato dopo aver ascoltato Fenice figlio di Filippo, e mi ha assicurato che anche tu li conosci. Ma lui non aveva niente di sicuro da dirmi. Raccontameli tu, dunque, poiché sei la persona più adatta a riferire i discorsi del tuo amico.
Il brano è tratto da: Simposio - Apologia di Socrate -
(Platone)
Questo è il dialogo che c’è stato tramandato e avvenuto tra Apollodoro e Glaucone, riguardo al simposio che aveva visto partecipe Socrate e di cui voleva conoscerne gli esiti.
Per i filosofi del tempo (400 a.c), il simposio era un piacevole incontro tra amici che si radunavano a casa di questo o di quello, per discutere un tema stabilito, mentre mangiavano e bevevano in allegra compagnia.
Le riunioni potevano protrarsi per ore oppure per intere giornate, durante le quali vi era un via vai d’amici che rimanevano o andavano in base ai propri impegni o agli interessi che l’argomento suscitava.
Pur se è vero che il tutto avveniva all’insegna della spontaneità, i temi erano trattati con una tale razionalità da suscitare ancora la nostra ammirazione.
A proposito d’incontri ora veniamo a noi, poiché i contenuti di questo libro non sono altro che l’appendice di un simposio moderno, dove i temi da discutere erano:
"I valori necessari all’uomo rivisti dai poeti moderni. Per lo scopo c’eravamo dati appuntamento in casa di Fernando D. che di professione fa il costruttore di ponti e che risiede a -RM-.
Oltre al padrone di casa (ritenuto dallo scrivente uno dei migliori poeti contemporanei), era presente la moglie B. che fungeva da critica letteraria e da cuoca; vi erano le figlie Sara, Ahira e Micol, che non si sono lasciate sfuggire nulla di quanto detto. Tra gli invitati era presente la poetessa e attrice teatrale D.N. accompagnata da un amico a noi sconosciuto, ma molto invidiato dai presenti per la sua funzione d’accompagnatore.
Inoltre va segnalata la presenza di Goffredo V., sensibilissimo poeta romano che, ad essere sinceri, tutte le volte che decide di fare sul serio non vi sono né Belli e né Trilussa che riescono a stargli alla pari.
Infine, in un angolo, rannicchiato su di una poltrona con la compagnia di un gatto, a degustare aperitivi e salatini soggiaceva il poeta romano G. D., il quale, dopo trenta anni di esilio fuori dalle mura ,dai locali viene considerato ancora un forestiero. Lui, per ripicca campanilistica e forse anche con un po’ di frustrazione, in dialetto romanesco li definisce burini; che dovrebbe significare: chiusi di mente.
Per tornare alla cronaca diretta dell’avvenimento, la prima parte di questo piacevole raduno si è svolto alla stessa maniera dei tempi di Socrate, con molta allegria, piacevoli scherzi verbali e goduria mangereccia, con alcuni amici che andavano e venivano dopo aver centellinato dell’ottimo
Grechetto del Lazio, nonché del pregiatissimo rosso
Aurelius, della tenuta La P., che il padrone di casa teneva gelosamente e inutilmente nascosti, perché la moglie lo elargiva a piene mani o, per meglio dire, a pieni bicchieri.
L’attrice D. N., sempre pronta a creare l’atmosfera giusta, recitava in modo sublime le poesie degli autori presenti, mentre Micol, la piccola della famiglia, improvvisatasi tecnico del suono, introduceva dei sottofondi musicali adatti alla bisogna.
Questo è il quadro d’insieme della prima parte della serata, mentre nel proseguimento, all’improvviso e senza che nessuno se ne rendesse conto, è scoppiata una baruffa letteraria, coinvolgendo in un vortice irrefrenabile la filosofia, la religione e la scienza, in una guerra di colpi proibiti e succosi argomenti.
Per precisione di cronaca, tutti erano infervorati dalle proprie convinzioni, ma lo scontro duro è avvenuto tra il padrone di casa, che ha l’abitudine di non parlare mai ma quando accade non c’è verso di fermarlo, e G. D. A (Il poeta in esilio).
Tra i due è avvenuto un incontro scontro che è continuato a divampare per due anni, in via telematica, incendiando tutto quello che trovavano sul loro cammino, comprese le proprie coscienze, se la stanchezza non li avesse fermati per tempo.
Nella pratica, i risultati di questo simposio sono l’oggetto del libro.
Trattandosi di corrispondenza tra due poeti, si è scelta la forma grafica che
di solito si usa in poesia, in modo da far rimanere invariata la musicalità della
poetica laddove scaturisce.
In ultima analisi, per riappropriarci delle realtà che ci riguardano, ammettiamo
che questa disputa letteraria è una mistificazione, non rappresentata dalla legittima stesura del libro, ma dagli autori stessi che, insieme ad altri milioni d’uomini, credono che le problematiche dell’umanità non si possono risolvere perché i valori di riferimento sono errati, superati o inesistenti.
Mi spiego meglio: i valori che dovrebbero regolare la vita civile d’ogni società ci sono sempre stati. Infatti, per non allontanarci troppo, potremmo citare quelli trascritti da Mosè nei Dieci Comandamenti che, anche se sottoforma di divieti, di anni ne contano tremilacinquecento.
Inoltre, molti affermano che gli stessi provengano da altri già in vigore di molto anteriori. Nella pratica, pur con questi illustri precedenti l’uomo continua a parlare della mancanza di valori e della necessità di andare alla loro ricerca, trascurando lo studio di metodi efficaci per poterli applicare.
La diatriba tra due poeti verteva proprio su questo; poiché il primo affermava che gli esistenti valori sono da ritenersi ancora validi, anche se antichi, e che il vero problema era rappresentato dalla loro mancata applicazione, poiché l’uomo continua a calpestarli, nonostante tutto, per puro egoismo. Nonostante tutto, nel senso che quando un valore non è applicato il risultato nefasto va contro tutti, anche di coloro che pensano di poterlo disattendere impunemente.
Il secondo invece era dell’opinione che le società debbano creare ogni volta nuovi valori, ricavati dalle esperienze indotte, acquisite ed infine consolidate, da cui dovrebbero nascere, come in una sintesi di cristallo, i nuovi valori adatti alle esigenze del tempo.
Una volta accennato l’inizio della disputa, non vogliamo anticiparvi troppo, perché rischieremmo di togliervi il gusto della lettura. Anche se, per la verità, in due anni di corrispondenza sono stati toccati tantissimi argomenti sull’esistenza dell’uomo e le contraddizioni in cui versa.
A questo punto, ci auguriamo che i temi proposti possano interessare il lettore per un'attenta riflessione sul tema, con l’augurio che possa unirsi a noi in quel meraviglioso viaggio che vide come protagonista: Ulisse
. Iniziamo dalla lettera inviata da
F. D al suo amico
D. A. Caro amico.
Ho potuto costatare
durante il simposio,
che tu eludi e io sbraito
e mi accaloro, lasciando sempre li
le discussioni
che non hanno conclusioni;
quasi che la paura di finirle
esaurisca gli argomenti.
Procediamo a salti
teorizzando
teorie.
Il radicato religioso
che non si sfila,
l'ambiguità della politica
fatta contro la libertà
dell'uomo,
un duomo borghese,
un suono di trombe,
dove soccombe
un logico altruismo.
E sempre mura e valli e censura,
permissiva, ma censura,
nella misura che il potere vuole.
Percorriamo sulle nostre consumate
suole
i varchi tra i palazzi,
quasi ingressi da stazzi,
dove la fantasia, dove l'amore
avranno un sepolcro pomposo,
ma è tomba, fossa,
prima che la lunga agonia
che batte sempre i chiodi della croce
si lasci andare in polvere cosmica
per non questuare più.
Le nostre voci alterate, gesticolate,
solleveranno onde che si smorzeranno nel vento,
che ci soffia contro.
Lambiranno le spiagge dei sogni
dei poeti e dei sentimentali,
delle quietate rabbie pensose,
di questi giorni quasi frantumati.
Queste onde non bagneranno
che sabbia abituata;
lambiranno i gusci delle conchiglie
aperte dalla morte,
i fili rinsecchiti di prosperose alghe,
la ridotta forza dei graniti.
Gli innumerevoli versi, partoriti nei nostri percorsi,
avranno segni craterici sulla pelle
e saranno fastidiosi come i brufoli della pubertà.
Versi utopistici, sogni bambini
spazieranno
nel vento che trastulla la nostra culla.
Tu parli del tuo dentro,
dell'amore che si forza alla luce,
del torto che subisce il tuo pensare
quando si mescola a quello che circonda,
questo andare di anno in anno,
di giorno in giorno, di ora in ora.
Questo andare che è un attimo,
e, di attimo in attimo,
subire l'innaturale andazzo
della superficialità opportunistica.
L'aria, la luce, l'amore,
quello che in te si produce, quell'alchimia
non si spande. Si riduce in minuti frammenti
che non si fanno struttura.
Si disperdono in immense rotture
quasi fosse planetarie nascoste
dal panorama e dal mare.
E come me, tu non resisti nel volo.
Ci si deve posare. Tu eludi. Io sbraito
e mi accaloro, lasciando sospese le discussioni
che non hanno conclusioni.
F. D.Questa è la risposta di
G.D. Eccomi a te amico;
e voi Ateniesi, uscite dalle vostre case
e rispolverate gli ancestrali scranni
che videro giudicare e soccombere il grande Socrate
perché anch’io, come lui,
sottoporrò le mie verità solo al vostro giudizio
e se è vostra intenzione prendere anche la mia vita
sappiate che non vi farò sconti
e nulla di meno pretenderò.
Ma prima che rinnoviate le vesti di giudici
sono sicuro che dovrete sudare e soffrire
per togliere gli spessi strati di fango che,
in questi millenni,
avete fatto obliare sulle verità.
Solo allora le vostre menti
potranno tornare ad essere libere,
come sola condizione per riconoscere la giustizia;
perché è bene che lo sappiate
che io mi prostituirò solo per essa.
Non so o Ateniesi,
quali impressioni abbiano suscitato in voi
le parole del mio accusatore,
certo è che è stata tale e tanta la persuasione
con cui sono state enunciate,
che per poco anch’io dimenticavo
le mie sacrosante ragioni.
Inoltre debbo riconoscere
che l’intenzione di colui che mi accusa
di trascinarmi in questo duello lirico
è stata abile e sibillina come il fruscio del serpente,
ben sapendo che la sua indiscutibile cultura
di navigato poeta,
avrebbe ingoiato la mia persona in un sol boccone.
Inoltre o ateniesi,
riconoscendogli superiori qualità d’intelletto,
non tenterò neppure di parlarvi
con la sua pregiata oratoria:
non ne sarei capace.
Né adopererò quella convincente retorica
così in voga tra i giovani poeti
poiché sarebbe disdicevole alla mia età;
quindi
vi prego di non badare al modo in cui lo farò
cosicché io possa esporre la mia difesa
parlando nello stesso modo in cui ho sempre fatto
nelle piazze e nei mercati,
davanti ai banchi delle stoffe e dei tappeti d’oriente
o vicino ai pretenziosi cambiavalute,
perché sono sicuro
che quello che interessa a voi e alla mia coscienza,
non è quello che io voglio far apparire,
ma la sola e irrinunciabile verità.
Dunque, innanzi tutto è giusto
che io mi difenda dalla prima menzogna
che ritengo più pericolosa di quelle dei compagni di Anito,
in quanto il mio accusatore, ad occhi ciechi,
come cieco era l’occhio di Poliremo,
afferma che durante le nostre infuocate riflessioni:
io Eludo e lui Sbraita e si accalorae alla fine i nostri colloqui rimangono senza conclusioniquasi che la paura di concluderliesaurisca gli argomenti stessi.Io Eludo, e lui sbraita e si accalora, ripete.
Bene:
è dunque racchiusa solo in queste misere accuse
la misericordiosa gratitudine del dio Marte
per un si fedele amico
accomunato in tante battaglie poetiche?
Caro amico:
cos’è accauto a al sommo poeta
di si alto lgnaggio,
se non s riconoscere una pavida elusione
da una ribolata e sofferta riflessione?
Io eludo e tu sbraiti, affermi.
Dimmi, caro amico,
non ricordi più quante volte abbiamo partecipato
al rito della nostra vestizione,
quando insieme indossavamo la corazza d’acciaio e l’elmo
(motoristico)
per affrontare il calvario pendolarico della via Nomentana?
Affrontavamo impavidi, quei riti
pur sapendo, come Ettorre sapeva,
che saremmo periti in battaglia
contro quel novello Achille
protetto dagli dei della nuova insulsa politica.
Allora ti domando: se in tanti anni
non ho mai eluso
morendo di giorno in giorno con te,
a causa dello smog, del vino al metanolo e degli acetati,
stando attenti al granturco transgenico
e all’insalata a foglia larga,
senza contare l’idea peregrina
di mangiare le uova a colazione frammiste a diossina,
perché, dunque, Divinando
dovrei eludere i tuoi pensieri?
Forse perché anch’essi, come i pomodori
sono coltivati nella varechina?
Poi, quasi non bastasse la superficiale contumelia,
che a dir la verità in era giovine
era sufficiente affinché io mettessi a morte più di un nemico,
rincari lo scudiscio aggiungendo:
“l’aria, la luce, l’amore quello che in te si produce, in un miscuglio alchemico, non si espande, non prende forma, ma si riduce in minuti frammenti che non si fanno strutture. Si disperdono in immense rotture, quasi fosse planetarie nascoste dal panorama e dal mare.”E alla fine, concludendo più mestamente,
ma forse solo per paura della mia ira funesta, aggiungi:
“ e tu, come me, non resisti al volo…Ci si deve posare. Tu eludi e io sbraito e mi accaloro, lasciando sospese le discussioni che non hanno conclusioni.” Dio mi è testimone,
sul fatto che non esista altra accusa più blasfema
da gettare sulle immani fatiche di un poeta,
che della ricerca sulla vita
ne ha fatto la punta sicura del suo aratro
e che continua ad affermare all’infinito
che la fantasia è l’unica chiave di lettura
della vita e dell’amore.
Pertanto, accusandomi che
l’amore e la vita non lieviteranno in me, che non si faranno struttura, e come voler dire ad una mamma: donna, perché partorisci,
se per certo sai che il tuo bambino dovrà perire?
Allora amico,
quali presunte verità nascondi
per credere che noi si possa arrivare a delle conclusioni?
Ma a quali conclusioni,
se noi parliamo soltanto dei segreti della vita
e dell’universo che, come tu sai
sono imperscrutabili?
In ogni modo credimi,
mi sentirei l’uomo più infelice di questa terra
e cesserei di sentirmi un poeta
se un giorno dovessi arrivare a comprendere
chi siamo noi e l’universo,
poiché iniziando da quel frangente
la fantasia sparirà dai nostri cuori e dalle nostre menti.
In ogni modo,
questa tua accusa mi ha così coinvolto
che raccoglierò le mie forze
per affermare che,
per quanto noi possiamo ragionare
fino a sentirci padroni della verità,
due granelli di sabbia, caro amico,
non possono pretendere di gridare all’universo,
tu sei quello e io sono questo,
poiché in queste affermazioni
vi sarebbe un agire così maldestro
come quella di chi vorrebbe invitare
......Dio al proprio desco.
G.D.
Alla prossima puntata.
Messaggio modificato da katerpillar il 08 maggio 2009 - 20:34