Clandestine
Larisa, Irina, Ludmila,Valentina, donne che partono in cerca di fortuna, stringono nelle mani la borsa con poche cose, partono all’alba, baciano tra le lacrime volti di quei bambini che non capiscono, baci disperati di una madre che non sa quando li potrà rivedere. Le ultime raccomandazioni in quel freddo terminal per autocarri.
Partono con il denaro preso a prestito,ulteriore fardello da portare sulle fragili spalle!.
Tutte insieme, stipate in quel furgone, con il fagotto stretto in grembo,verso l’ignoto, lo sguardo vuoto che fissa il finestrino. Bisogna partire, la vita sempre più difficile, i soldi che non bastano, il futuro dei figli. Decisione dolorosa ma necessaria. Qualche prezioso indirizzo nella borsa, un numero di telefono, l’Italia come meta finale.
Parte il furgone traballante su quelle strade sconnesse, la mano del marito che saluta, un lungo viaggio in tutti i sensi. Poche parole sussurrate, parole per darsi forza, pensieri pieni di interrogativi che si affollano nella mente.
Paesaggi diversi, lunghi tratti notturni, marce estenuanti, fiumi che scorrono rapidi, frontiere tracciate nei boschi, fiumi gelidi da attraversare. Tre giorni verso l’ignoto, la voglia di tornare indietro, lacrime che bagnano il viso. La paura dell’ignoto. L’ultimo tratto, il passaggio tra alte montagne, correre con il cuore in gola, il terrore dei cani. Correre a perdifiato, correre…correre! Finalmente raggiungere la meta!.
La terra promessa.
Telefonare con un pezzo di carta gualcito tra le mani, le parole rassicuranti dell’amica. Un treno che corre tra paesaggi sconosciuti,uno scompartimento, sedere tra gente sconosciuta. L’abbraccio di una persona amica, il bisogno di sentirsi rassicurate.
Un letto, cinque euro a notte, alle sette del mattino fuori, seduta nel parco. Aspettare per ore, giorni. Finalmente un lavoro, 700 euro al mese. Badante. Sei mesi per restituire il debito.
Giornate tutte uguali, lavoro durissimo, una schiava. Nascondersi, la paura di essere notata. Clandestina.
Le voci dei cari al telefono, sempre più lontane, lo strazio di quelle vocine tanto care e lontane. Passano i mesi, tanta nostalgia, un peso sul cuore,il desiderio di rivedere i figli si fa sempre più angoscioso. L’angoscia di non poter vedere i figli cresce e ti divora, ti consuma dentro. La tua terra sempre più lontana, tutto e tutti ti ricordano che sei una straniera. Inesorabilmente sola.
I discorsi del marito sempre più strani, le richieste di denaro, sempre di più, sempre di più. La solitudine da combattere,lo sfinimento fisico,l’annullamento della propria femminilità, sentirsi donne senza esserlo fino in fondo, il bisogno di vivere.
Tentazioni.
Le attenzioni di un uomo, il sentirsi desiderata, evadere dallo squallore quotidiano. Un gelato, una passeggiata, una domenica pomeriggio. Finalmente qualcuno che ti guarda come una donna, una persona con cui confidarsi, un’ancora a cui aggrapparsi per non essere travolti dalla disperazione.
La lontananza che ti mangia l’anima. Il marito sempre più lontano, la sua voce che non scalda più il cuore, il denaro da inviare come unico legame. Le telefonate sempre più fredde, le menzogne sempre più difficili da nascondere, pause imbarazzate.
Una battaglia da combattere.
Il desiderio che vince contro una voce al telefono, la realtà che vince contro la solitudine, battaglie combattute dolorosamente. La realtà che vince sempre.
Un nuovo compagno, una speranza, non più clandestina. Promesse.
Messaggio modificato da nikita il 18 giugno 2008 - 15:51




















