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«Ecco come abbiamo adottato
8 africani»15/01/2009 13:00
MONTAGNE - «Non siamo dei santi. E non siamo dei pazzi, anche se tanti pensano che ci siamo bevuti il cervello. Alle coppie che hanno paura di avere dei figli, biologici o in adozione, diciamo che si deve avere il coraggio di osare, di usare il cuore, sapendo che non si è mai soli». A Montagne, in località Prati di Daone, 15 chilometri da Tione di Trento, sepolta nella neve c'è la casa di Roberto e Luisa Crippa . Nel soggiorno c'è ancora il presepe e l'albero di Natale. Sulla credenza c'è una foto di Giovanni Paolo II con don Benzi. E al piano superiore si intravede una statua della Madonna. Alle 13, sulla ripida stradina, si ferma lo scuolabus. Scendono sei ragazzi. Nel pomeriggio se ne sommeranno altri due. Sono i «giovani Crippa». Roberto e Luisa li hanno adottati: otto etiopi, genitori di origine milanese (si sono trasferiti in Trentino nel 2002) nelle fredde montagne giudicariesi. Accolti a braccia aperte. «Non c'è dubbio che siamo una famiglia singolare» racconta Luisa. «Qualcuno - dice Roberto - pensa forse che non siamo "normali", ma non c'importa nulla. Le cose importanti sono altre. Siamo volontari del Centro Aiuti per l'Etiopia e nell'associazione conosciamo altri pazzi come noi. Se solo potessimo, di ragazzi ne adotteremmo altri. Qui in Trentino siamo stati accolti a braccia aperte dalla comunità, dalla scuola e dalla parrocchia. E il Tribunale dei minori ha dimostrato grande sensibilità». Come è andata. Lei è casalinga. Lui è agente di commercio: come capoarea del settore prodotti per animali domestici, riesce a lavorare stando in casa. Otto figli richiedono una presenza costante. Ma la domanda è inevitabile. Chi glielo ha fatto fare? «Volevamo una famiglia numerosa», dicono candidamente. È il 2000 quando avviano la procedura per l'adozione nazionale e internazionale. Nel 2003 si apre una porta sull'Etiopia. Giunti in un orfanotrofio, a 300 chilometri da Addis Abeba, assieme al rappresentante dell'ente, che fa anche da interprete, incontrano i loro piccoli, un maschietto di 7 anni e due femminucce di 5 e 4: Yemaneberhan, Mulu e Mekdes . Il giorno prima della partenza, in ambasciata, preparano le pratiche per l'espatrio. E dai documenti scoprono che i tre hanno tre fratelli (due maschi e una femmina) più grandi, che vivono con la zia in un villaggio vicino. Ai piccoli spiegano che faranno tutto il possibile per adottare anche i loro fratelli e quindi portare tutti in Italia. L'iter burocratico non è facile, ma nel 2005, nella casa di Montagne, arrivano anche Kelemu, Elsabet e Nekagenet. Oggi il primogenito ha 18 anni, la seconda ne ha 17, mentre il «numero tre» ne ha 14. Nel 2008 la famiglia si allarga ulteriormente: vengono adottati una femmina, Asnakech , e un maschio, Gadissa ; sono i cuginetti, che sono rimasti senza madre. Oggi hanno 13 e 11 anni. Famiglia quanto mi costi. «Ogni figlio è una ricchezza», continuano a ripetere i genitori, mentre chi li ascolta, inevitabilmente, fa un po'di conti. «Sì. Le spese ci sono: 30 mila euro all'anno di alimentari e vestiario, 10 mila per le spese per la casa, 6 mila euro di benzina per le due automobili», spiegano. La casa è stata acquistata e risistemata. Lo stipendio è più che buono, ma otto figli sono otto figli. «Li cresciamo con il cuore», dice Luisa. E poi aggiunge: «Con il cuore e con tanti "no"». I vestiti si riciclano. «Passano da un fratello all'altro, come si faceva una volta». I ragazzi crescono e si parla di liceo e di università. «Le tasse universitarie si pagano con i lavoretti estivi. E così si devono scordare le vacanze, le serate fuori casa con gli amici e le spese per la patente della macchina», commenta papà Roberto. Kelemu, il primogenito, lavora alla Girardini Srl di Tione, impresa in stampi metallici. Ma è anche un atleta: lo scorso settembre è stato convocato, per il campionato mondiale di corsa in montagna, dalla Nazionale di atletica. Praticano sport, nell'Atletica Valle del Chiese, anche Yemaneberhan e Nekagenet. I due giocano anche nel Calcio Rendena. E una giovane calciatrice è anche Gadissa. Volontari in Etiopia. Il silenzio di Montagne, in una neve e in un freddo che i giovani etiopi hanno imparato a conoscere, viene rotto dentro le mura di Casa Crippa. «I miei figli dicono che sono l'unica mamma che grida. E ci credo che grido, per farmi intendere, con otto ragazzi». L'abitazione è molto grande. Ci sono tanti accappatoi appesi vicino alla doccia. I bagni sono quattro. Ma, durante l'anno, l'abitazione è frequentata da coppie provenienti da tutto il Triveneto: famiglie che hanno fatto o vogliono fare la scelta dell'adozione. «Volontariato vero», assicurano Roberto e Luisa. «Ogni soldo che spendiamo per gli incontri informativi e per i viaggi in Etiopia - dove, con i Padri Cappuccini, vengono organizzate anche le adozioni a distanza - viene dalle nostre tasche. Altrimenti che volontariato è ?» L'appello della famiglia. Così descritta, la vita dei Crippa sembra quasi irreale. Una bella famigliola felice stile «Casa nella prateria» nelle Giudicarie? «Ma per carità. Gli scontri, anche forti, ci sono», risponde, diretta, Luisa. Si litiga come in tutte le famiglie, ma né lei né il marito temono di sentirsi dire: «Ma voi non siete i miei veri genitori!» «Un figlio è un figlio, che sia biologico o adottato». «Non c'è differenza - dice lui -. Anzi una differenza c'è: si impiega un po' più di tempo per creare un rapporto». Il problema si pone quando i figli sono un po' cresciuti. «Ma ci si deve sforzare. A chi vuole adottare un bambino, ricordiamo sempre che non ci sono solo i neonati. Ci sono i ragazzini più grandi. Purtroppo a nove anni un orfano è già spacciato, proprio perché nessuno lo vuole». Se il colore è diverso. Sorridono, felici, i ragazzi. «Per quanto ne so, potrebbero diventare dei "banditi" - dice Roberto ridendo - ma stiamo facendo il possibile per farli crescere bene». Una vita a colori, senza badare al colore. E il razzismo degli altri? «Episodi spiacevoli ce ne sono stati» dice lei. «Ma solo due. Se pensiamo che abbiamo otto figli e che siamo qui da sei anni, si tratta di un niente. Guardiamo al positivo». Speranza Obama. Sul tavolo di casa si sfoglia una rivista. C'è anche una foto di Barack Obama. Nella casa di Montagne le elezioni americane sono state seguite con attenzione. E Luisa, cuore di mamma, fa notare che Kelemu assomiglia al presidente degli Usa. Poi si torna seri. «Un presidente nero - dice - è certamente una svolta». I figli più grandi sono entusiasti. I genitori li hanno però invitati a razionalizzare l'evento: «Speriamo in Obama, ma gli squilibri fra paesi ricchi e paesi poveri ci sarà ancora. Gli "Stati spazzatura" fanno comodo ai ricchi. Le associazioni come la nostra sono solo un cerotto su piaghe enormi».
Andrea Tomasihttp://www.ladige.it...p;id_news=13667
Messaggio modificato da vale il 28 gennaio 2009 - 21:23