Inviato 24 novembre 2008 - 18:59
Credo che alcuni di voi avran sentito della vita dei signori russi in Lettonia, non saprei quanto centri con la nostra Moldova. Ma vi assicuro è interessante.
Vi scrivo l'articolo di Paola Santoro.
Dopo averlo letto (spero abbiate pazienza è un pò lunghino) vorrei sapere se volete una cosa simile in Moldova. Io personalmente non saprei...
"lettonia I cittadini invisibili
C'è una democrazia nascente in cui un terzo della popolazione è di serie B. Sono i settecentomila russi, quelli rimasti tra i dominatori stranieri dell'era sovietica, che oggi a Riga non hanno diritti. Così la storia si vendica. E ipoteca anche l'ingresso della repubblica baltica in Europa.
In Lettonia la differenza la fa il colore. Non quello della pelle, ma della copertina del passaporto. Verde vuol dire "sei uno di noi", meriti i privilegi di questo giovanissimo Stato. Marrone, invece, è per i "nepilson", i "non-cittadini", perlopiù russi: e la scritta è lì, proprio sulla prima pagina, con i caratteri cubitali del marchio di infamia. Michail Bubko, 56 anni, mentre ci mostra il suo documento seduto nella sua casa, arrossisce di rabbia e serra la mascella. È un "nepilson", lui: non può votare e non può essere eletto, per uscire dal Paese deve chiedere un visto che probabilmente non gli verrà mai concesso; per un certificato deve andare di ufficio in ufficio, di permesso in permesso. In quest'incubo, invenzione del nazionalismo lettone che ha creato lo status di "non cittadino stabilmente residente nel Paese", vivono quasi settecentomila persone, tante. Ma tantissime se rapportate al totale degli abitanti (due milioni e mezzo) di questo staterello che ha strappato un'indipendenza dall'Urss forse troppo in fretta per poter costruire una democrazia reale. "Gli "alieni" - anche così vengono chiamati i nepilson - sono la nostra piaga", dice con amarezza Nils Muiznieks, responsabile del Centro lettone per i diritti umani. "Nel senso che se si impedisce a un terzo della popolazione di votare perché si ha la certezza che la loro scelta si scontri con quella della classe etnica dominante, significa che questo non è uno Stato civile", continua Nils, ripetendo ancora una volta quello che predica da anni in patria e all'estero, nelle relazioni che gli chiedono dal Consiglio d'Europa, dall'Unione Europea, dalle Nazioni Unite, istituzioni che pongono la soluzione di questo groviglio come condizione per l'ingresso della Lettonia nei vari club. "Ma il nocciolo del problema non è il voto, è la storia. A chi non la conosce, questo Paese deve sembrare una follia". Per colmare le lacune, basta un giretto veloce al Museo dell'Occupazione di Riga, un monumento alle devastazioni, ai morti, alle vittime del regime e della propaganda sovietica. Le foto esposte, e le relative didascalie, parlano chiaro. I lettoni sono stati invasi prima dagli svedesi, poi dai russi, poi ancora, all'inizio del '900, dai tedeschi, poi di nuovo dai russi, e di nuovo dai tedeschi e infine dai sovietici, che ci sono rimasti dal 1944 al 1991: un cinquantennio che ha lasciato piaghe aperte nelle famiglie e shock della memoria. Deportazioni, omicidi, ondate migratorie da altri Stati sovietici imposte dalla politica staliniana hanno visto stratificarsi e complicarsi molto il quadro etnico di questo Paese. I lettoni hanno trovato la forza di sollevare la testa soltanto nel '91, con i tumulti per l'indipendenza. Ma non dimenticano, non vogliono. E giustificano così la negazione della cittadinanza ai russi che abitano nel Paese. "Ma lei deve capire che loro ci hanno oppressi per secoli". È un ritornello che accompagna ogni civile conversazione sull'argomento, e se si mostra di avere obiezioni, o si sottolinea che il perdono è alla base della pace sociale, oddio, si scivola nella lite. L'unica variazione di questo mantra fa ricorso alle differenze di idioma: "Loro non parlano la nostra lingua". E questo è un dato inconfutabile. In genere gli alieni non spiccicano una sola parola di lettone, lingua ripristinata come ufficiale contestualmente alla dichiarazione di indipendenza. Fino a quella fatidica data, di conoscerla non c'era alcun bisogno: tutti parlavano russo, e il lettone era relegato allo status di dialetto semi-clandestino. Dopo, conoscere quell'idioma in via d'estinzione ma prontamente rivitalizzato da un'ondata di fervente nazionalismo è diventato una discriminante fondamentale tra il poter fare una vita decente e il restare nell'ombra. "Una legge costituzionale dice che per avere un lavoro qualunque nel settore pubblico devi parlare lettone", spiega amaro Boris Tsilevich, deputato dell'opposizione di origini russe che è riuscito a ottenere la cittadinanza dopo tre processi. "Il che esclude il 30% della popolazione. Poi c'è un'altra legge, governativa, votata soltanto dopo indicibili pressioni internazionali, che proclama che la lingua non fa la differenza. Ma la Costituzione, intanto, resta in vigore. Una contraddizione utile, un atto politico di estrema astuzia per salvare capra e cavoli", continua il deputato. "Ma come si può pretendere che un cinquantenne impari ex novo una lingua, se limitandosi al russo può vivere ugualmente, ovviamente burocrazia esclusa?". Boris ha ragione. Michail Bubko, il nepilson, abita a pochi chilometri da Riga, capitale per ragioni storiche (l'industria era fortissima e gli operai sovietici bene accolti ai tempi dell'Urss) a maggioranza russa. Fa il commerciante, ha una catena di piccoli negozi di alimentari, e i suoi clienti sono russi come lui. In realtà Michail è di origini ucraine, mentre sua moglie Jekatarina è una bielorussa naturalizzata lettone, un privilegio accordato dalla nuova Costituzione soltanto a chi era già cittadino lettone, o figlio di cittadini, nel 1940, quando per pochi mesi la Lettonia fu libera tra una occupazione sovietica e l'altra. La loro figlia, Irina, 20 anni e una bellezza disarmante, è cittadina anche lei, perché figlia di madre cittadina. Questa dei Bubko è una famiglia tipica, ci sono tutte le componenti dei contrasti lettoni: un padre umiliato dai diritti mancati di cui invece gode la moglie, una madre che cerca di mediare, una figlia che rappresenta le speranze future, ben integrata con la realtà del nuovo Stato. Basta guardarli parlare per capire: Irina si rivolge alla madre in lettone, e Michail da questi discorsi resta emarginato. Padre e figlia per capirsi usano il russo. "Non sono ignorante, è solo che appena cerco di usare il poco lettone che so, per venirmi incontro i lettoni mi si rivolgono in russo. Così non avrò mai la possibilità di integrarmi", dice quest'omone dagli occhi tristi e curiosi del mondo. "Come crede possa sentirmi, straniero in questa che ho sempre considerato la mia patria? Sono arrivato qui che avevo diciott'anni, e mi sono fermato solo perché ho conosciuto mia moglie. Qui c'è la mia casa, la mia famiglia, il mio lavoro. Eppure non sono uno di loro. Ha idea di cosa sia stato per me guardare, dieci anni fa, la rivoluzione in tv, quando avrei voluto anch'io scendere per le strade? Crede che mi avrebbero accettato, tra i combattenti?". La sua unica chance per un passaporto normale sarebbe pagare qualche centinaio di litas (moneta locale che vale, curiosamente, più del dollaro Usa) di iscrizione al test per ottenere la nazionalità. Ma poi bisogna superarlo, il test, e alcuni recenti scandali legati a impiegati corrotti dimostrano che non sempre si riesce a farlo senza i giusti appoggi: "Non lo farei mai: significherebbe, implicitamente, accettare delle condizioni che mi fanno orrore". E sono in molti a pensarla come lui. Ma c'è un'altra ragione che spiega la sua passività, una ragione che Michail tiene nascosta e che invece ci confida, timorosa, sua figlia: "Mio padre era nel Kgb. Per lui la costituzione nazionalista lettone non lascia speranze. Resterà un nepilson a vita, qualunque cosa succeda. È contro i membri delle istituzioni sovietiche che si sta consumando la vendetta più amara". E tra ex militari dell'Armata Rossa e agenti del Kgb il conto arriva a qualche decina di migliaia di persone.
I numeri delle etnie Su 2,5 milioni abitanti, 1,1 non è etnicamente lettone. 765 mila sono russi, 100 mila bielorussi, 70 mila ucraini, 60 mila polacchi. Esistono anche piccole altre comunità, quella dei rom è la più numerosa, seguita poi da armeni, tedeschi ed ebrei, i cui numeri si aggirano intorno alle poche migliaia. Diversa, invece, la questione dei passaporti. Una piccola percentuale di lettoni dispone di una doppia cittadinanza, spessissimo statunitense, australiana o canadese. Si tratta del risultato di un'immigrazione di ritorno da questi Paesi, in cui le più facoltose famiglie lettoni si erano rifugiate dopo l'invasione nazista o sovietica e che sono tornate dopo l'indipendenza degli anni Novanta. In genere, in virtù del multilinguismo e dell'istruzione superiore, occupano posti chiave nel giovane Stato baltico: l'attuale presidente, Vaira Vike-Freiberga (una donna!), cresciuta in Canada, ne è un esempio.