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L'adozione Non Ha Prezzo


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5 risposte a questa discussione

#1 Domenico

Domenico

    Advanced Member


  • 7179 messaggi
  • Iscritto il: 01-agosto 05

Inviato 13 novembre 2007 - 08:11

Ad oggi l'adozione internazionale è l'unico diritto del minore per il quale occorre trovare non solo una famiglia disposta all'accoglienza, ma anche una famiglia che paghi. Per saperne di più e firmare la petizione, clicca qui: http://www.amicideib...i.it/petizione/

#2 isteurocoop

isteurocoop

    Advanced Member


  • 233 messaggi
  • Iscritto il: 23-agosto 05

Inviato 13 novembre 2007 - 10:48

Ad oggi l'adozione internazionale è l'unico diritto del minore per il quale occorre trovare non solo una famiglia disposta all'accoglienza, ma anche una famiglia che paghi. Per saperne di più e firmare la petizione, clicca qui: http://www.amicideib...i.it/petizione/

le adozioni sono "un campo minato", come per i visti.
rendere facile una adozione vuol dire perdere soldi.........istituti, associazioni, assistenti sociali........una "vera casta" di affari che nessun partito italiano, dal vecchio pci al msi e oggi i nuovi, ha mai voluto "metterci le mani" e liberare i bambini.
ti assicuro che ci prendono per il culo, ci sono migliaia di famiglie disposte all'adozione, idonee all'adozione.........si preferisce non affidare i bambini perchè sono loro il vero "materiale commerciale", si usano i cavilli della legge per sfinire le coppie desiderose di adozione.
come fare? ci sono tantissime soluzioni adeguate, una potrebbe essere quello dell'affido immediato, non appena il bambino viene abbandonato e successivamente l'adozione.
in questa maniera bimbi adottabili: nessuno.

#3 Livi

Livi

    Advanced Member


  • 3079 messaggi
  • Iscritto il: 27-ottobre 05

Inviato 14 novembre 2007 - 11:43

le adozioni sono "un campo minato", come per i visti.
rendere facile una adozione vuol dire perdere soldi.........istituti, associazioni, assistenti sociali........una "vera casta" di affari che nessun partito italiano, dal vecchio pci al msi e oggi i nuovi, ha mai voluto "metterci le mani" e liberare i bambini.
ti assicuro che ci prendono per il culo, ci sono migliaia di famiglie disposte all'adozione, idonee all'adozione.........si preferisce non affidare i bambini perchè sono loro il vero "materiale commerciale", si usano i cavilli della legge per sfinire le coppie desiderose di adozione.
come fare? ci sono tantissime soluzioni adeguate, una potrebbe essere quello dell'affido immediato, non appena il bambino viene abbandonato e successivamente l'adozione.
in questa maniera bimbi adottabili: nessuno.


purtroppo... hai proprio ragione!! L'incontro fra la famiglia disposta ad accogliere il minore
è complicato da una prcedura burocratica che sfinisce anche i meglio intenzionati.
I tempi che intercorrono dall'inizio della pratica all'affettivo inserimento in famiglia ..... sono troppo lunghi. Spesso intercorrono anni e la famiglia a volte non è nemmeno più nella situazione ideale per accogliere un nuovo bambino.
Per le adozioni internazionali le famiglie devono sostenere spese enormi. Anche l'adozione diventa
quindi possibile solo a famiglie con un ottimo reddito?
Firmate anche voi la petizione un piccolo contributo per provare a cambiare le cose

#4 Domenico

Domenico

    Advanced Member


  • 7179 messaggi
  • Iscritto il: 01-agosto 05

Inviato 14 novembre 2007 - 23:06

Questo lo pubblicava il Corriere della Sera nell'edizione di oggi...

Parla il generale che ha fermato i francesi
I bambini rubati del Ciad
Restano in carcere i volontari dell'organizzazione «Arche de Zoé», accusati di aver cercato di portar via 103 piccoli

NDJAMENA (Ciad) - Ha molte stelle sull'uniforme, cicatrici sulle braccia, e gli manca l'unghia dell'indice destro. Béchir Ali Haggar, generale di brigata, dice che il 25 ottobre è stato lui a dare l'allarme: «Alle quattro del mattino un autista ciadiano dell'Arche de Zoé ha telefonato a mio fratello per dirgli cosa stava succedendo, lui ha chiamato me e io ho avvisato la polizia di Abéché». È così, racconta, che hanno preso i francesi accusati di traffico di minori. Da allora i bambini che stavano per essere portati via dal Ciad sono nell'orfanotrofio Bakana Assalaam: significa «Luogo di pace». «Restituirli alle famiglie è difficile — spiega Jean François Basse, dell'Unicef —. Qui solo il 30% della popolazione ha un certificato di nascita. Nella zona di origine di quei bimbi la percentuale si abbassa. Gli adulti che dicono di essere i loro genitori hanno visto i bambini, e per 75 è stato fatto un atto di riconoscimento. Ma non basta: dobbiamo investigare, andare nei villaggi e chiedere aiuto alle autorità locali per capire chi sono. Ci vorranno settimane ». Questo è il Ciad. Uno dei Paesi più poveri al mondo. E forse non è un caso che una storia simile sia capitata qui.


VESTITI DA POMPIERE - «A ripensarci è pazzesco — ricorda Guilhem Molinie, di Medici senza Frontiere —. Mesi fa, quando li ho visti ho detto: ecco l'ultima frontiera dell'aiuto umanitario, giravano vestiti da pompieri». Tuta blu e anfibi, i nuovi venuti sono partiti per l'est e hanno iniziato a raccogliere bambini. In Africa si muovevano sotto le insegne di Children Rescue, ma a Parigi erano registrati come Arche de Zoé. La circostanza li ha resi a lungo imprendibili. Quando una giornalista ha raccontato alla Croce Rossa di quel gruppo di francesi che voleva spostare bimbi dal Darfur al Ciad e poi in Francia, le ricerche online su
Children Rescue non hanno dato risultati. Perché non esisteva. La cosa è finita lì, sembrava semplicemente senza senso. «Dicevano che avrebbero portato i bambini a scuola. Dove viviamo la scuola non c'è. Pensavo di dare ai miei figli un futuro migliore », hanno spiegato alcuni parenti dei presunti orfani dopo che si è scoperto che un aereo stava per condurre in Europa 21 femmine e 82 maschi, il più piccolo di circa un anno, il più grande di 10.


ALL'AVVENTURA - Centinaia di famiglie li attendevano in Francia, magari sperando che fosse la volta buona, che il sogno di un'adozione diventasse realtà. Perché di questo avrebbe parlato — salvo poi rettificare il 10 agosto, davanti alle autorità francesi — il leader dell'Arche
de Zoé, Eric Breteau. Ex vigile del fuoco volontario, creatore della federazione francese 4x4 (nel senso dei veicoli), guadagnato alle cause umanitarie dall'immagine dello tsunami il 26 dicembre 2004, Breteau dopo una esperienza sul campo in Indonesia si è convinto che per salvare le vite altrui bisogna superare l'immobilismo delle grandi Ong o delle agenzie Onu. E allora: «Diecimila orfani dal Darfur da portare in Europa e Stati Uniti» diceva un comunicato dell'Arche de Zoé del 28 aprile. Breteau ha conquistato la fiducia di centinaia di persone, molte delle quali in attesa che la loro procedura di adozione internazionale fosse approvata. Non solo: ha trovato finanziamenti per oltre 500mila euro. Poi ha messo a punto un piano incredibile. All'inizio prevedeva un viaggio via terra dal Ciad al Canale di Suez, in seguito ha deciso che era meglio volare e, attraverso Cargo leasing, ha affittato un charter spagnolo dalla Gjriet. Costo: 165mila euro. Il giorno della partenza aveva fatto bendare i bambini, come se fossero feriti, e montato barriere ai lati della scaletta che li avrebbe portati a bordo perché nessuno vedesse. Il punto è che stava per farcela. Finché si trovava in Ciad è riuscito a viaggiare su aerei militari francesi, ricevere una piccola fornitura di latte ipernutriente da Unicef e qualche aiuto dall'Alto Commissariato Onu per i rifugiati. Tutti in buona fede, tutti ignari. Come l'aviazione civile di N'Djamena, che il 22 ottobre ha autorizzato gli spostamenti del boeing di Arche de Zoé. Del resto nemmeno Parigi, che pure su Breteau indagava, è riuscita a fermarlo. Ne è nato un caso giudiziario e diplomatico.


LA CRISI - Nei giorni scorsi il presidente del Ciad, Idris Deby, ha tuonato: «Questa gente ci tratta come animali. È un traffico di bambini». Ha detto che i figli del Ciad erano destinati al mercato «della pedofilia» e del «prelevamento di organi» da impiantare nei corpi di europei che poi vengono in Africa a dare lezioni di rispetto dei diritti umani. Alla fine, dopo aver preso le distanze da Arche de Zoé — «ha mentito in ogni fase della vicenda» ripeteva anche ieri Unicef Francia — gli organismi internazionali che lavorano quaggiù hanno risposto al presidente dicendo che «sotto il regime di Deby un bambino su cinque muore prima dei 5 anni, il 40% non va a scuola e migliaia di minori sono reclutati da gruppi armati», secondo Human Rights Watch anche dall'esercito regolare. Il generale Béchir sbottò: «È vietato da un decreto del '63, noi non lo facciamo. Da maggio cooperiamo con Unicef per restituire alla vita civile gli ex bimbi soldato arruolati da gruppi ribelli poi confluiti nell'esercito». L'Unicef calcola che siano settemila i minori finiti in guerra, per ora gli operatori ne hanno recuperato 501. Sono divisi in cinque campi, con il filo spinato per non farli scappare, e camerette con sette o otto materassi buttati a terra. Gli ex soldati imparano a leggere e scrivere e fanno disegni su un muro. «Prima erano bombe e jeep con le mitragliatrici» ricordano gli educatori. Adam Abdelchefi, militare a 14 anni con i ribelli del Fuc, il Fronte Unito per il Cambiamento all'ora comandato dall'attuale ministro della Difesa, ieri disegnava un uomo e una donna abbracciati.
Sei francesi di Arche de Zoé sono ancora in prigione a N'Djamena. Il piccolo Adam forse sta meglio. Il Ciad non benissimo.


Mario Porqueddu

#5 isteurocoop

isteurocoop

    Advanced Member


  • 233 messaggi
  • Iscritto il: 23-agosto 05

Inviato 16 novembre 2007 - 16:42

Questo lo pubblicava il Corriere della Sera nell'edizione di oggi...

Parla il generale che ha fermato i francesi
I bambini rubati del Ciad
Restano in carcere i volontari dell'organizzazione «Arche de Zoé», accusati di aver cercato di portar via 103 piccoli

NDJAMENA (Ciad) - Ha molte stelle sull'uniforme, cicatrici sulle braccia, e gli manca l'unghia dell'indice destro. Béchir Ali Haggar, generale di brigata, dice che il 25 ottobre è stato lui a dare l'allarme: «Alle quattro del mattino un autista ciadiano dell'Arche de Zoé ha telefonato a mio fratello per dirgli cosa stava succedendo, lui ha chiamato me e io ho avvisato la polizia di Abéché». È così, racconta, che hanno preso i francesi accusati di traffico di minori. Da allora i bambini che stavano per essere portati via dal Ciad sono nell'orfanotrofio Bakana Assalaam: significa «Luogo di pace». «Restituirli alle famiglie è difficile — spiega Jean François Basse, dell'Unicef —. Qui solo il 30% della popolazione ha un certificato di nascita. Nella zona di origine di quei bimbi la percentuale si abbassa. Gli adulti che dicono di essere i loro genitori hanno visto i bambini, e per 75 è stato fatto un atto di riconoscimento. Ma non basta: dobbiamo investigare, andare nei villaggi e chiedere aiuto alle autorità locali per capire chi sono. Ci vorranno settimane ». Questo è il Ciad. Uno dei Paesi più poveri al mondo. E forse non è un caso che una storia simile sia capitata qui.
VESTITI DA POMPIERE - «A ripensarci è pazzesco — ricorda Guilhem Molinie, di Medici senza Frontiere —. Mesi fa, quando li ho visti ho detto: ecco l'ultima frontiera dell'aiuto umanitario, giravano vestiti da pompieri». Tuta blu e anfibi, i nuovi venuti sono partiti per l'est e hanno iniziato a raccogliere bambini. In Africa si muovevano sotto le insegne di Children Rescue, ma a Parigi erano registrati come Arche de Zoé. La circostanza li ha resi a lungo imprendibili. Quando una giornalista ha raccontato alla Croce Rossa di quel gruppo di francesi che voleva spostare bimbi dal Darfur al Ciad e poi in Francia, le ricerche online su
Children Rescue non hanno dato risultati. Perché non esisteva. La cosa è finita lì, sembrava semplicemente senza senso. «Dicevano che avrebbero portato i bambini a scuola. Dove viviamo la scuola non c'è. Pensavo di dare ai miei figli un futuro migliore », hanno spiegato alcuni parenti dei presunti orfani dopo che si è scoperto che un aereo stava per condurre in Europa 21 femmine e 82 maschi, il più piccolo di circa un anno, il più grande di 10.
ALL'AVVENTURA - Centinaia di famiglie li attendevano in Francia, magari sperando che fosse la volta buona, che il sogno di un'adozione diventasse realtà. Perché di questo avrebbe parlato — salvo poi rettificare il 10 agosto, davanti alle autorità francesi — il leader dell'Arche
de Zoé, Eric Breteau. Ex vigile del fuoco volontario, creatore della federazione francese 4x4 (nel senso dei veicoli), guadagnato alle cause umanitarie dall'immagine dello tsunami il 26 dicembre 2004, Breteau dopo una esperienza sul campo in Indonesia si è convinto che per salvare le vite altrui bisogna superare l'immobilismo delle grandi Ong o delle agenzie Onu. E allora: «Diecimila orfani dal Darfur da portare in Europa e Stati Uniti» diceva un comunicato dell'Arche de Zoé del 28 aprile. Breteau ha conquistato la fiducia di centinaia di persone, molte delle quali in attesa che la loro procedura di adozione internazionale fosse approvata. Non solo: ha trovato finanziamenti per oltre 500mila euro. Poi ha messo a punto un piano incredibile. All'inizio prevedeva un viaggio via terra dal Ciad al Canale di Suez, in seguito ha deciso che era meglio volare e, attraverso Cargo leasing, ha affittato un charter spagnolo dalla Gjriet. Costo: 165mila euro. Il giorno della partenza aveva fatto bendare i bambini, come se fossero feriti, e montato barriere ai lati della scaletta che li avrebbe portati a bordo perché nessuno vedesse. Il punto è che stava per farcela. Finché si trovava in Ciad è riuscito a viaggiare su aerei militari francesi, ricevere una piccola fornitura di latte ipernutriente da Unicef e qualche aiuto dall'Alto Commissariato Onu per i rifugiati. Tutti in buona fede, tutti ignari. Come l'aviazione civile di N'Djamena, che il 22 ottobre ha autorizzato gli spostamenti del boeing di Arche de Zoé. Del resto nemmeno Parigi, che pure su Breteau indagava, è riuscita a fermarlo. Ne è nato un caso giudiziario e diplomatico.
LA CRISI - Nei giorni scorsi il presidente del Ciad, Idris Deby, ha tuonato: «Questa gente ci tratta come animali. È un traffico di bambini». Ha detto che i figli del Ciad erano destinati al mercato «della pedofilia» e del «prelevamento di organi» da impiantare nei corpi di europei che poi vengono in Africa a dare lezioni di rispetto dei diritti umani. Alla fine, dopo aver preso le distanze da Arche de Zoé — «ha mentito in ogni fase della vicenda» ripeteva anche ieri Unicef Francia — gli organismi internazionali che lavorano quaggiù hanno risposto al presidente dicendo che «sotto il regime di Deby un bambino su cinque muore prima dei 5 anni, il 40% non va a scuola e migliaia di minori sono reclutati da gruppi armati», secondo Human Rights Watch anche dall'esercito regolare. Il generale Béchir sbottò: «È vietato da un decreto del '63, noi non lo facciamo. Da maggio cooperiamo con Unicef per restituire alla vita civile gli ex bimbi soldato arruolati da gruppi ribelli poi confluiti nell'esercito». L'Unicef calcola che siano settemila i minori finiti in guerra, per ora gli operatori ne hanno recuperato 501. Sono divisi in cinque campi, con il filo spinato per non farli scappare, e camerette con sette o otto materassi buttati a terra. Gli ex soldati imparano a leggere e scrivere e fanno disegni su un muro. «Prima erano bombe e jeep con le mitragliatrici» ricordano gli educatori. Adam Abdelchefi, militare a 14 anni con i ribelli del Fuc, il Fronte Unito per il Cambiamento all'ora comandato dall'attuale ministro della Difesa, ieri disegnava un uomo e una donna abbracciati.
Sei francesi di Arche de Zoé sono ancora in prigione a N'Djamena. Il piccolo Adam forse sta meglio. Il Ciad non benissimo.
Mario Porqueddu

purtroppo i bambini in questo caso, le ragazze nell-altro, servono solo come merce di scambio.
questo, nonostante leggi che hanno cercato di migliorare la situazione, succede anche da noi in italia.
vi sono "poteri forti" che non gradiscono assolutamente la chiusura degli orfanotrofi........vi e' un giro di soldi da far spavento.
un governo serio, che ha a cuore il futuro dei bimbi, legiferava per l'affido immediato e dopo un breve periodo di "osservazione", il tribunale dei minori, emetteva il decreto di adozione.
ma sai quanti soldi perderebbero chi ha in carico i ragazzi? un mare..............e in questo mare le varie organizzazioni vogliono tuffarsi ancora.

#6 vale

vale

    Advanced Member


  • 966 messaggi
  • Iscritto il: 15-marzo 06

Inviato 16 novembre 2007 - 17:30

TG5: una coppia di AiBi ospite de “L’indignato speciale”
Elisabetta e Vincenzo Broccoli, intervistati dalla giornalista del TG 5 Donata Scalfari, racconteranno la loro esperienza di adozione internazionale realizzata con Amici dei Bambini.

All’interno della rubrica del TG 5 “L’indignato speciale” la famiglia Broccoli metterà in luce i momenti più duri ma anche le soddisfazioni più grandi del percorso adottivo: dall’arrivo a Cochabamba, la città boliviana dove hanno conosciuto il tanto atteso figlio, ai passaggi burocratici che hanno dovuto concludere per rientrare con il piccolo in Italia.

In un clima di acceso dibattito sul significato dell’adozione internazionale e dopo il clamore mediatico suscitato dal caso di presunti traffici di minori in Ciad, la storia della famiglia Broccoli rimette al centro il senso più profondo dell’adozione: la possibilità per un bambino abbandonato di ri-nascere figlio e crescere nell’affetto di una mamma e un papà.

Messaggio modificato da vale il 16 novembre 2007 - 17:31