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COSA SIGNIFICA ESSERE CITTADINO ITALIANO


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32 replies to this topic

#21 Polifemo

Polifemo

    Advanced Member


  • 1,506 posts
  • Joined: 09-December 06

Posted 28 June 2012 - 12:46

Stiamo parlando di cose successe più di 150 anni fa... per le quali nè io, nè mio padre, nè mio nonno, nè il mio bisnonno possiamo o potevano far nulla.
Poi stasera tutti davanti alla tv a guardare la partita...


Tu guarderai la partita, e come te tanti milioni di fessi...compresi i napoletani che prima fischiano l'inno durante la finale

di Coppa Italia, salvo poi spendere soldi in tricolori e benzina per fare i caroselli per festeggiare una nazionale di chissà cosa

questa non è la mia nazionale

io sostengo solo la mia squadra di club (che non è l'SSC Napoli)

#22 Alexpaper

Alexpaper

    Il papero di Moldweb


  • 139 posts
  • Joined: 28-August 11

Posted 28 June 2012 - 13:56

Tu guarderai la partita, e come te tanti milioni di fessi...compresi i napoletani che prima fischiano l'inno durante la finale

di Coppa Italia, salvo poi spendere soldi in tricolori e benzina per fare i caroselli per festeggiare una nazionale di chissà cosa

questa non è la mia nazionale

io sostengo solo la mia squadra di club (che non è l'SSC Napoli)


intanto io non sono un fesso... non ti permettere.
Non guardo partite, non seguo il calcio e non me ne può fregare una cippa di guardare milionari in mutande che corrono dietro ad un pallone.
Preferisco prendere la mia moto e andare a farmi un giro approfittando delle strade vuote.

Ho sottolineato e tu hai confermato, che parliamo, facciamo i saputelli, seguiamo il "campanile", ma poi non c'è nulla che tenga davanti al calcio... che sia Nazionale o squadra di club.

#23 nikita

nikita

    Advanced Member


  • 6,674 posts
  • Joined: 16-August 05

Posted 28 June 2012 - 14:22

Ho cercato di restar fuori da questo topic, purtroppo le mie dita friccicano sulla tastiera.
La storia non si può addomesticarla a proprio uso e consumo. Perchè non parlate delle sommosse popolari delle grandi città siciliane del 1831-1837? Contro chi si erano rivoltati i siciliani? Perchè non parlate del potere dei baroni in Sicilia prima del 1861?
Provate a trovare le risposte a queste domande.
Mah...è sempre bello e interessante fare i "negazionisti", però dire che il sud stava meglio sotto il dominio dei Borboni mi sembra troppo. Provocare e stupire con tesi strampalate va bene, ma il troppo è troppo.
Secondo voi i territori del centro Italia stavano meglio sotto il dominio del Papa? Cosa combinavano i papi a Roma prima del 1860? Avete sentito parlare della Repubblica Romana?
Eddai...non esageriamo con le fesserie! Già dal 1848 i siciliani si erano rivoltati.


Il 1848 fu l'anno della rivolta per la libertà della Sicilia. A Palermo l'inquietudine generale esplose dilagando per le strade dei quartieri residenziali, dove in breve chiuse ogni attività commerciale. Tuttavia, il gruppo degli insorti era formato da uomini che non avevano la benchè minima idea di cosa significasse Italia unita o costituzione, ma il desiderio di un cambiamento razionale che portasse migliorie in ogni settore del sociale era la forza propulsiva verso la conquista di un miglioramento generale: date le ristrettezze economiche cui il popolo siciliano doveva far fronte, un'insurrezione di questo tipo non avrebbe causato grosse perdite ma avrebbe piuttosto generato la speranza di una ripresa generale.
A dare forza, in maniera inaspettata, alla rivolta del '48 fu il desiderio di giustizia di tutti coloro che volevano dar voce ai torti subiti: già a partire dai villaggi e dalle piccole città l'inquietudine coinvolse persino i circoli in cui si riuniva la nobiltà palermitana.


I piemontesi hanno commesso crimini ai danni delle popolazioni del sud? Bella scoperta!
Voi pensate che un regime secolare come quello dei Borboni non aveva in quei territori degli estimatori? I briganti erano degli eroi? Meglio i briganti che i piemontesi?
Anche per le fesserie c'è un limite! Il limite della decenza.

Edited by nikita, 28 June 2012 - 14:40.


#24 Polifemo

Polifemo

    Advanced Member


  • 1,506 posts
  • Joined: 09-December 06

Posted 28 June 2012 - 15:52

I piemontesi hanno commesso crimini ai danni delle popolazioni del sud? Bella scoperta!
Voi pensate che un regime secolare come quello dei Borboni non aveva in quei territori degli estimatori? I briganti erano degli eroi? Meglio i briganti che i piemontesi?
Anche per le fesserie c'è un limite! Il limite della decenza.


Fra briganti e piemontesi, non vedo nessuna differenza. visto che dopo aver occupato il ns Regno, dove già si viaggiava in treno ...e gli altri andavano con il ciucciariello.


Il Regno delle Due Sicilie nel 1859 aveva un debito pubblico di circa 5 milioni di lire di allora, mentre quello piemontese ammontava già a 58 milioni.
La rendita dello Stato napoletano era una delle più solide al mondo, quotata alla borsa di Parigi al 120%;
il tasso di sconto praticato dalle banche era del 3%, il più basso della Penisola;
una fede di credito rilasciata dal Banco di Napoli era valutata sui mercati internazionali fino a quattro volte il valore nominale.
Il Tesoro delle Due Sicilie, ammontava a 443 milioni di Lire oro, rispetto ai 668 milioni di lire versati in tutte le banche d’Italia messe insieme.
Questo tesoro, tanto ingente da poter essere paragonato soltanto a quello dello Zar di Russia, dopo l’unificazione fu trasferito immediatamente a Torino, insieme al patrimonio privato della Casa Borbone mai più restituito.
Ai Napoletani fu lasciato un buco di 127 milioni di lire dell’epoca, prodotto durante la dittatura di Garibaldi in soli quattro mesi di ruberie, elargizioni, donazioni e pensioni, ai quali furono aggiunte le spese e i danni di guerra, prodotti dalla “liberazione”.
Il Regno d’Italia fu inaugurato, quindi, con un debito pubblico di 182 milioni di lire tutto a danno delle provincie meridionali.Il Regno napoletano era il terzo Paese più industrializzato, con un comparto artigianato-industria-servizi-terziario che occupava circaun milione e duecentomila addetti.

Un solo nome basti ad indicare il livello tecnologico raggiunto nel settore metalmeccanico: Pietrarsa. Le sue officine davano lavoro a 1050 operai quando l’Ansaldo di Genova ne contava soltanto 480 e la Fiat non esisteva neppure; l’alta qualità della produzione e i metodi di lavorazione all’avanguardia, ne fecero un modello da studiare e imitare persino per gli Inglesi.

Parimenti si possono ricordare anche i cantieri navali di Castellammare di Stabia (1800 addetti) o l’Arsenale di Napoli (1600 operai) o ancora un centinaio di officine meccaniche distribuite sull’intero territorio delle Due Sicilie.

Per non parlare delle industrie tessili [che fornivano la Casa Reale inglese e l’Esercito Francese] cartarie, del vetro, chimiche, estrattive;
il settore della lavorazione delle pelli e del cuoio esportava ogni anno 700mila dozzine di paia di guanti;
il settore alimentare vantava circa 300 pastifici che esportavano in tutto il mondo; gli oleifici pugliesi avevano il marchio doc sin dal 1844.

Tutta l’industria napoletana fu lasciata letteralmente languire dopo l’unificazione, affamata dall’abbattimento troppo repentino dei dazi e dalla mancanza di commesse statali, che furono assegnate ad aziende del Nord in proporzione vergognosa. Infatti, a fronte di un prelievo fiscale nelle privincie meridionali pari al 40% del totale, le industrie del Sud ottennero soltanto il 6% delle commesse militari ed di quelle relativa ai lavori pubblici.


scusa se è poco....

#25 Alexpaper

Alexpaper

    Il papero di Moldweb


  • 139 posts
  • Joined: 28-August 11

Posted 28 June 2012 - 16:09

Fra briganti e piemontesi, non vedo nessuna differenza. visto che dopo aver occupato il ns Regno, dove già si viaggiava in treno ...e gli altri andavano con il ciucciariello.


Il Regno delle Due Sicilie nel 1859 aveva un debito pubblico di circa 5 milioni di lire di allora, mentre quello piemontese ammontava già a 58 milioni.
La rendita dello Stato napoletano era una delle più solide al mondo, quotata alla borsa di Parigi al 120%;
il tasso di sconto praticato dalle banche era del 3%, il più basso della Penisola;
una fede di credito rilasciata dal Banco di Napoli era valutata sui mercati internazionali fino a quattro volte il valore nominale.
Il Tesoro delle Due Sicilie, ammontava a 443 milioni di Lire oro, rispetto ai 668 milioni di lire versati in tutte le banche d’Italia messe insieme.
Questo tesoro, tanto ingente da poter essere paragonato soltanto a quello dello Zar di Russia, dopo l’unificazione fu trasferito immediatamente a Torino, insieme al patrimonio privato della Casa Borbone mai più restituito.
Ai Napoletani fu lasciato un buco di 127 milioni di lire dell’epoca, prodotto durante la dittatura di Garibaldi in soli quattro mesi di ruberie, elargizioni, donazioni e pensioni, ai quali furono aggiunte le spese e i danni di guerra, prodotti dalla “liberazione”.
Il Regno d’Italia fu inaugurato, quindi, con un debito pubblico di 182 milioni di lire tutto a danno delle provincie meridionali.Il Regno napoletano era il terzo Paese più industrializzato, con un comparto artigianato-industria-servizi-terziario che occupava circaun milione e duecentomila addetti.

Un solo nome basti ad indicare il livello tecnologico raggiunto nel settore metalmeccanico: Pietrarsa. Le sue officine davano lavoro a 1050 operai quando l’Ansaldo di Genova ne contava soltanto 480 e la Fiat non esisteva neppure; l’alta qualità della produzione e i metodi di lavorazione all’avanguardia, ne fecero un modello da studiare e imitare persino per gli Inglesi.

Parimenti si possono ricordare anche i cantieri navali di Castellammare di Stabia (1800 addetti) o l’Arsenale di Napoli (1600 operai) o ancora un centinaio di officine meccaniche distribuite sull’intero territorio delle Due Sicilie.

Per non parlare delle industrie tessili [che fornivano la Casa Reale inglese e l’Esercito Francese] cartarie, del vetro, chimiche, estrattive;
il settore della lavorazione delle pelli e del cuoio esportava ogni anno 700mila dozzine di paia di guanti;
il settore alimentare vantava circa 300 pastifici che esportavano in tutto il mondo; gli oleifici pugliesi avevano il marchio doc sin dal 1844.

Tutta l’industria napoletana fu lasciata letteralmente languire dopo l’unificazione, affamata dall’abbattimento troppo repentino dei dazi e dalla mancanza di commesse statali, che furono assegnate ad aziende del Nord in proporzione vergognosa. Infatti, a fronte di un prelievo fiscale nelle privincie meridionali pari al 40% del totale, le industrie del Sud ottennero soltanto il 6% delle commesse militari ed di quelle relativa ai lavori pubblici.


scusa se è poco....


mi spieghi il perchè dei moti del 1848 nei confronti dei Borboni?

#26 Alexpaper

Alexpaper

    Il papero di Moldweb


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  • Joined: 28-August 11

Posted 28 June 2012 - 17:58

mi spieghi il perchè dei moti del 1848 nei confronti dei Borboni?


La popolazione Sicula vedeva i Borboni come "invasori" e sfruttatori delle risorse siciliane. La stessa popolazione, sobillata ed aizzata dai latifondisti e nobili siciliani, che si sentivano "controllati" dai Borboni, nel 1848 si rivoltò e dopo un vera e propria guerra di secessione, fece sì che si potesse dichiarare l'indipendenza del Regno di Sicilia.
Solo che l'anno successivo, dopo qualche mese di indipendenza, i Borboni si ripresero la Sicilia dopo aver raso al suolo Palermo, dopo aver fatto migliaia di vittime ecc. ecc.
A quel punto la Sicilia, sopraffatta dal più forte, dovette far buon viso a cattivo gioco.

Qualche anno dopo, un bel giorno a Marsala sbarcarono poco meno di mille soldati arrivati dal Piemonte, anzi... da Quarto in Liguria. Non è che vi fu una gran battaglia... infatti Marsala venne protetta solo da un paio di navi Inglesi (amiche dei Borboni) e da tre navi Borboniche, arrivate un po' in ritardo... (almeno così mi ricordo dagli studi...). Per i siciliani l'arrivo dei Sabaudi fu una vera "liberazione" rispetto al regno borbonico. Quindi, i sabaudi fecero in fretta a passare da mille a molti molti di più, perchè quella era l'occasione per i siciliani di "liberarsi" dai Borboni...

Voglio dire, va bene difendere i Borboni rispetto ai Savoia... ma dire che fosse tutto oro ciò che luccicava...

#27 Polifemo

Polifemo

    Advanced Member


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Posted 28 June 2012 - 20:48

mi spieghi il perchè dei moti del 1848 nei confronti dei Borboni?



mi spieghi .....

- perchè c'è gente che afferma ... SI STAVA MEGLIO QUANDO SI STAVA PEGGIO....
- quando c'era Mussolini, I TRENI ARRIVAVANO IN ORARIO....
- c'è gente che rimpiange il COMUNISMO
- per mia moglie lavorano un paio di rumeni che rimpiangono CEAUSESCU......

quindi come vedi in ogni situazione, c'è qualcuno che si lamenterà di un qualcosa e la combatterà..

#28 giobruno

giobruno

    Il Prof


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Posted 28 June 2012 - 23:27

1859, l’anno della caduta dello Stato pontificio a Bologna e in Romagna

Non ho memoria di cambiamenti epocali come quello che ha portato all’unità d’Italia, che non siano stati accompagnati da repressioni, spargimenti di sangue, ritorsioni...e quant’altro. Ognuno poi legge la storia della propria regione e della propria città sulla scorta delle testimonianze dei propri avi piu’ diretti, perché ritiene semplicemente siano queste le fonti piu’ attendibili. E così accade che la storia di un territorio sia completamente diversa da quella di un territorio vicino, perché cio’ che li differenzia è il giudizio del suddito chiamato a esprimersi sul governo e sull’amministrazione di quel territorio.
Se la Romagna e una parte delll’Emilia, comprendente Bologna stessa, ha oggi ‘simpatie di sinistra’ e sentimenti che possono definirsi anticlericali, la ragione va ricercata principalmente nel malgoverno con il quali i legati pontefici amministrarono la regione.fino al 1859, l’anno della caduta dello Stato pontificio a Bologna e in Romagna
Il 12 giugno 1859 il cardinale legato di Bologna lasciava la città, abbandonandola per sempre. Il giorno dopo anche gli altri legati ne seguivano la sorte, segnando la fine del plurisecolare potere pontificio al di sopra dell’Appennino. La fuga non fu causata da nessuno di quei tumulti, moti o rivoluzioni che avevano punteggiato la storia dell’Ottocento; semplicemente il potere del papa cadeva perché era venuto a mancare il sostegno dell’esercito austriaco. Pochi giorni prima, infatti, i francesi, spalleggiati dai piemontesi, avevano sconfitto l’esercito asburgico a Magenta, tra il Ticino e Milano, aprendosi la strada per occupare la Lombardia. L’immediata conseguenza sul piano militare era stata il richiamo delle guarnigioni austriache dai presidi che mantenevano a sud del Po: Piacenza, Bologna, Ancona e Ferrara, che fu l’ultima a essere sgomberata. Privi di questo appoggio, i vecchi poteri ducali e quelli del papa erano implosi sotto la spinta di un’opinione pubblica ormai consapevole dell’impossibilità di una loro apertura in senso costituzionale e pronta ad abbracciare la causa del Piemonte sabaudo. Ma come si era arrivati a una tale situazione?

Se proprio vogliamo dirla tutta fino in fondo, la caduta dello Stato Pontificio era segnata da tempo. Parlando del papa-sovrano, e’ vero anche che la condizione di capo della Chiesa cattolica non poteva conciliarsi con l’idea di un’Italia libera dallo straniero, specie quando quest’ultimo era il cattolicissimo impero asburgico.
Marco Minghetti presidente della Giunta del governo delle province (Bologna, Ferrara, Forli’, Ravenna), aveva cercatto di convincere il Papa a concedere aperture, e cosi’ scriveva:

Le condizioni interne di queste provincie sono ben lungi dal trovarsi soddisfacenti e all’occhio stesso di chi governa non può sfuggire il disaccordo permanente che regna tra le tendenze dei reggitori e le aspirazioni oneste e liberali dei popoli le quali sono il portato del progresso dei tempi e della civiltà. Grandi sono gli abusi che in nome del Sovrano si commettono, la legislazione è imperfetta, predominante l’elemento ecclesiastico, e disposizioni arbitrarie falsano ed annullano lo spirito delle buone leggi ad alcune aperture:.......

E aggiungeva Minghetti che ricevette il papa a Bologna:
Il Papa m’era apparso come l’uomo infastidito d’ogni novità, riluttante ad ogni riforma, deciso di seguir la sua via imperturbabilmente contraria all’idea italiana. Io m’ero sforzato di fargli comprendere, con una insistenza che poteva persino parer tracotanza, come il suo viaggio fosse per avventura l’ultima occasione che si offriva al Governo pontificio di rendersi bene accetto ai sudditi, e come perduta questa, il Piemonte sarebbe stato unico erede delle speranze italiane (cit. in Il 1859-‘60 a Bologna 1961, 82-83).
L’Assemblea, presieduta da Minghetti e composta da 124 membri, si riunì a Bologna il 6 settembre e decretò la volontà di annessione al Piemonte, compiendo un passo decisivo che allontanava ancora di più le ex Legazioni dalla possibilità di un ritorno del vecchio regime

Credo che dopo 150 anni di stato italiano, solo gli ecclesiastici in Emilia-Romagna rimpiangano ancora lo stato pontificio.

#29 giobruno

giobruno

    Il Prof


  • 1,451 posts
  • Joined: 03-February 10

Posted 29 June 2012 - 09:17

Fra briganti e piemontesi, non vedo nessuna differenza. visto che dopo aver occupato il ns Regno, dove già si viaggiava in treno ...e gli altri andavano con il ciucciariello.


Il Regno delle Due Sicilie nel 1859 aveva un debito pubblico di circa 5 milioni di lire di allora, mentre quello piemontese ammontava già a 58 milioni.
La rendita dello Stato napoletano era una delle più solide al mondo, quotata alla borsa di Parigi al 120%;
il tasso di sconto praticato dalle banche era del 3%, il più basso della Penisola;
una fede di credito rilasciata dal Banco di Napoli era valutata sui mercati internazionali fino a quattro volte il valore nominale.
Il Tesoro delle Due Sicilie, ammontava a 443 milioni di Lire oro, rispetto ai 668 milioni di lire versati in tutte le banche d’Italia messe insieme.
Questo tesoro, tanto ingente da poter essere paragonato soltanto a quello dello Zar di Russia, dopo l’unificazione fu trasferito immediatamente a Torino, insieme al patrimonio privato della Casa Borbone mai più restituito.
Ai Napoletani fu lasciato un buco di 127 milioni di lire dell’epoca, prodotto durante la dittatura di Garibaldi in soli quattro mesi di ruberie, elargizioni, donazioni e pensioni, ai quali furono aggiunte le spese e i danni di guerra, prodotti dalla “liberazione”.
Il Regno d’Italia fu inaugurato, quindi, con un debito pubblico di 182 milioni di lire tutto a danno delle provincie meridionali.Il Regno napoletano era il terzo Paese più industrializzato, con un comparto artigianato-industria-servizi-terziario che occupava circaun milione e duecentomila addetti.

Un solo nome basti ad indicare il livello tecnologico raggiunto nel settore metalmeccanico: Pietrarsa. Le sue officine davano lavoro a 1050 operai quando l’Ansaldo di Genova ne contava soltanto 480 e la Fiat non esisteva neppure; l’alta qualità della produzione e i metodi di lavorazione all’avanguardia, ne fecero un modello da studiare e imitare persino per gli Inglesi.

Parimenti si possono ricordare anche i cantieri navali di Castellammare di Stabia (1800 addetti) o l’Arsenale di Napoli (1600 operai) o ancora un centinaio di officine meccaniche distribuite sull’intero territorio delle Due Sicilie.

Per non parlare delle industrie tessili [che fornivano la Casa Reale inglese e l’Esercito Francese] cartarie, del vetro, chimiche, estrattive;
il settore della lavorazione delle pelli e del cuoio esportava ogni anno 700mila dozzine di paia di guanti;
il settore alimentare vantava circa 300 pastifici che esportavano in tutto il mondo; gli oleifici pugliesi avevano il marchio doc sin dal 1844.

Tutta l’industria napoletana fu lasciata letteralmente languire dopo l’unificazione, affamata dall’abbattimento troppo repentino dei dazi e dalla mancanza di commesse statali, che furono assegnate ad aziende del Nord in proporzione vergognosa. Infatti, a fronte di un prelievo fiscale nelle privincie meridionali pari al 40% del totale, le industrie del Sud ottennero soltanto il 6% delle commesse militari ed di quelle relativa ai lavori pubblici.


scusa se è poco....


gran bella analisi con tanto di numeri e sofferenze.
Ma mi piacerebbe ascoltare anche l'altra campana 'piemontese', che sono convinto contraddirà le cifre da te riportate e che io non posso confutare

#30 CarloP

CarloP

    Rappresentante Moldweb a Chisinau


  • 3,602 posts
  • Joined: 23-December 08

Posted 29 June 2012 - 10:17

gran bella analisi con tanto di numeri e sofferenze.
Ma mi piacerebbe ascoltare anche l'altra campana 'piemontese', che sono convinto contraddirà le cifre da te riportate e che io non posso confutare


Le cifre sono cifre ... e se sono veritiere, come lo sono è difficile confutarle.
Per par condicio ...


Lorenzo Del Boca - Polentoni. Come e perché il nord è stato tradito

"L'Italia di oggi paga lo scotto delle modalità affrettate di costruzione dello stato. A una nazione messa insieme in quattro e quattr'otto venne imposto un abito istituzionale preso in prestito dalla Francia che, però, aveva alle spalle secoli di retroterra unitario".

Lorenzo Del Boca aggiunge un tassello alla ricchissima letteratura di cui traboccano gli scaffali delle librerie in occasione del centocinquantenario dell’Unità d’Italia.
Dopo “Indietro Savoia!” e “Maledetti Savoia”, atti fondativi della sua personale controstoria risorgimentale, il giornalista esce ora con questo “Polentoni” nel quale concentra la sua indagine sulla parte d’Italia che – a suo dire - nel processo di unificazione ha avuto la peggio: il Nord.
Quel Nord dal quale “è partita la macchina che ha assicurato l’unificazione del Paese”, e che – nella lettura di Del Boca – era rappresentato da “poche centinaia di borghesi che già erano uomini di governo e aspiravano a governare più in grande”, però, non coincideva con l’altro Nord, (sarà forse sintomatico che nel libro il toponimo “Nord” sia scritto sempre con la maiuscola mentre “paese” – sinonimo di “Italia” – e “stato” siano sempre minuscoli?), quello vero, quello “dei campi e delle fabbriche”, che dal formidabile sconquasso politico ereditò in definitiva un pugno di mosche.
Come se la borghesia dell’ottocento fosse un corpo sociale alieno, estraneo agli umori e ai bisogni del contesto sociale in cui si era trovata – guarda un po’ – a germogliare e svilupparsi.
Non è l’unico sintomo della faziosità di un saggio che stabilisce parallelismi strumentali, come quello fra l’unificazione delle due Germanie l’indomani del crollo del muro, sia pur con intento ironico e provocatorio, e un possibile “acquisto” delle provincie del mezzogiorno da parte dei “padri della patria”, che avrebbe comportato forse minori passività rispetto all’erogazione senza fine dei fondi della Cassa per il mezzogiorno.
Certo: i risultati dell’assistenzialismo verso il Sud sono stati disastrosi, è sotto gli occhi di tutti; e non si mette in dubbio che il federalismo sia un modello da considerare con attenzione anche da parte di chi non ne approva la declinazione leghista.
Ma questo non basta per citare ad esempio di “decentralizzazione sindacale” (e quindi primo passo verso un federalismo economico) lo “sganciarsi di Sergio Marchionne dai contratti nazionali”.
O forse uno storico dovrebbe dimenticare a quali serbatoi ha attinto la FIAT per più di cinquant’anni? Manodopera dal sud, e dallo Stato sussidi sufficienti a mantenere ben più di una regione: dicono niente, questi modelli di decentralizzazione di risorse umane ed economiche?
Tutta l’indagine sul Risorgimento fatta da Del Boca è condotta con piglio fieramente partigiano. Una presa di posizione che il nostro tenta – a tratti – di stemperare con l’aggiunta di qualche inciso, di qualche virgolettato, del suo gusto indubbiamente vivo per l’aneddoto e la spigolatura.
È legittimo. Anche nelle sue prove precedenti Del Boca faceva della vis antisavoiarda il tratto distintivo del suo discorso.
Ma qui il compito è più ambizioso: si vuole spiegare come, date le premesse, l’unità d’Italia non avrebbe potuto che dar luogo a un paese malato com’è quello attuale.
Del Boca è convinto che l’Italia unita poggi su di un terreno troppo friabile, che abbia tradito le premesse da cui traeva le sue origini, che non rappresenti più adeguatamente lo status quo di un sistema che prosciuga risorse a una parte del paese per pomparle all’altra parte, e di questa stortura individua le radici storiche.
Il giornalista (e Presidente dell’Ordine) conosce il risorgimento, è materia che lo appassiona, e non mancano pagine sapide, gustose, che rileggono i personaggi risorgimentali non come immobili figurine ma presentandoceli a colori, per così dire.
Del Boca si scaglia contro la retorica che sta ammantando (com’era ovvio sarebbe stato) le celebrazioni dell’anniversario, sostenendo (e citando fonti) che moltissimo venne insabbiato, delle "nefandezze" compiute da Mazzini, da Garibaldi, da Vittorio Emanuele II e da quelli che a vario titolo presero parte al processo di unificazione, cooperando (consapevolmente o meno) ad un processo di sabaudizzazione che avrebbe inficiato ogni possibile spinta federalista (come quelle auspicate da Cattaneo).
Fino ad arrivare alla tirata finale, il capitolo conclusivo che sparge sale sulla ferita mai sanata dai tempi della breccia di Porta Pia.
L’Italia è stata unita- sostiene del Boca – nel segno di un violento anticlericalismo, la cui eco perdura anche nei fenomeni attuali di “tolleranza” rispetto le altrui religioni.
Tolleranza”, c’è da dire, è una brutta parola, quando riferita ai culti altrui, perché il suo etimo evoca immediatamente un concetto che a molto a che fare con la sopportazione, e poco con la comprensione.
Si punta l’indice contro l’assedio di cui sarebbe vittima la Chiesa.
Prova ne sia la celebrazione del natale senza Gesù, imposta ai bambini da insegnanti che temono che “un piccolo nato in una stalla e deposto in una mangiatoia possa offendere la suscettibilità di chi non crede al mistero della natività”. Mai sentito parlare di laicità dello Stato? E l’ha letta, Del Boca, la sentenza emessa in questi giorni dalla Cassazione, secondo la quale il crocifisso è “l’unico simbolo religioso ammissibile negli edifici pubblici”?
“I valori del cristianesimo e dell’Occidente sono messi in discussione dalla presenza sempre più massiccia di immigrati che vengono dal mondo islamico e professano la loro fede”, si continua, e qui il brillante giornalista getta la maschera dello storico, per indossare quella – meno simpatica - del qualunquista.


Il topic non è certamente adatto ad una discussione del genere, con tutte le sue declinazioni, viaggiando su due binari paralleli: uno pronto a riscrivere quello che realmente è successo nell'unificazione di un'Italia fatta si di idee ma anche di "cassa" (bisognerebbe leggere quello che c'è scritto sui libri di storia attualmente in adozione nelle scuole dei nostri figli), un altro conto è come si viveva a quel tempi in un sud florido ma forse solo per i latifondisti e nobili, come forse voleva intendere Nikita.

Edited by CarloP, 29 June 2012 - 10:25.


#31 giobruno

giobruno

    Il Prof


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Posted 30 June 2012 - 15:02

Le cifre sono cifre ... e se sono veritiere, come lo sono è difficile confutarle.
Per par condicio ...


Lorenzo Del Boca - Polentoni. Come e perché il nord è stato tradito

"L'Italia di oggi paga lo scotto delle modalità affrettate di costruzione dello stato. A una nazione messa insieme in quattro e quattr'otto venne imposto un abito istituzionale preso in prestito dalla Francia che, però, aveva alle spalle secoli di retroterra unitario".


Del Boca si scaglia contro la retorica che sta ammantando (com’era ovvio sarebbe stato) le celebrazioni dell’anniversario, sostenendo (e citando fonti) che moltissimo venne insabbiato, delle "nefandezze" compiute da Mazzini, da Garibaldi, da Vittorio Emanuele II e da quelli che a vario titolo presero parte al processo di unificazione, cooperando (consapevolmente o meno) ad un processo di sabaudizzazione che avrebbe inficiato ogni possibile spinta federalista (come quelle auspicate da Cattaneo).


faccio mia un'espressione di Rick in un altro topic :

' insomma , massimizzando si può dire che
ci sono veri e propri popoli
e ci sono ammassi di individui'


ecco che cos'è stata in termini nudi e crudi l'Unità d'Italia.

Garibaldi incontrando Vittorio Emanuele III a Teano in provincia di Caserta il 27 settembre 1960 disse:



  • 'Obbedisco' mentre Vittorio Emanuele pensava 'Sbrigati idiota,devo andare a Napoli a prendermi l'erario Reale dei Borbone,oggi il Piemonte ha conquistato nuove colonie'....E da allora inizio' la decadenza del nostro adorato Regno delle Due Sicilie (questo il pensiero del monarchico del Regno delle due Sicilie)

    Il termine obbedisco fa capire che il generale accetta di ritirarsi a Caprera, lasciando il compito di completare il lavoro al re

L'incontro ebbe il significato di una adesione del generale alla politica di Casa Savoia, deludendo le aspettative di coloro che auspicavano la fondazione di una repubblica meridionale di stampo mazziniano, che avrebbe dovuto in seguito estendersi anche ai domini papali, conquistando Roma.

L’Italia è stata unita- sostiene del Boca – nel segno di un violento anticlericalismo, la cui eco perdura anche nei fenomeni attuali di “tolleranza” rispetto le altrui religioni.


Garibaldi puntava dritto su Roma e ci sarebbe arrivato se il re Vittorio incontrandolo a Teano non gli avesse impedito di entrarvi, scatenando la reazione di Napoleone III che sarebbe arrivato in soccrso del papa.

Questi ed altri fatti fanno intendere che l'unità d'Italia nacque non dall'unione di popoli ma da una sovrapposizione di individui che mal si conoscevono tra loro.

A conti fatti, a quei tempi l'idea federativa del Cattaneo, lontano dal disegno di un'Italia Sabauda era a posteriori una concezione moderna e realistica di un'unione imposta, considerando l'ammasso eterogeneo di popoli che vi entravano

All'alba dell'Unificazione d'Italia, Cattaneo era fautore di un sistema politico basato su una confederazione di stati italiani sullo stile della Svizzera, il Sunderbund.

Ecco come si esprimeva Cattaneo: 'Così come le menti si devono federare, lo stesso devono fare gli stati europei che hanno interessi di fondo comuni; attraverso il federalismo popoli possono gestire meglio la loro partecipazione alla cosa pubblica: il popolo deve tenere le mani sulla propria libertà, il popolo non deve delegare la propria libertà ad un popolo lontano dalle proprie esigenze"

#32 CarloP

CarloP

    Rappresentante Moldweb a Chisinau


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Posted 06 July 2012 - 19:20

Appena avro' un po' di tempo rileggeremo la storia della vera unita' d'Italia ...
In un topic appropriato ...

#33 Polifemo

Polifemo

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Posted 10 July 2012 - 19:56

L'unificazione d'Italia era ormai in pieno atto; fin dal 4 giugno 1859, con la vittoriosa battaglia di Magenta, la Lombardia, liberata dal giogo austriaco, era stata annessa al Piemonte; l'11 maggio 1860, Giuseppe Garibaldi, coi suoi mille volontari, aveva dato inizio alla redenzione (o conquista che dir si voglia), delle regioni meridionali.
Sul malfermo trono delle Due Sicilie, sedeva adesso Francesco, un ventitreenne pavido e timido. Solo in seguito alle insistenze del suo confessore, il nuovo re, che i napoletani chiamavano Francischiello, si era deciso, alcune settimane dopo le nozze con la bella e affascinante Maria Sofia di Baviera, a compiere i suoi doveri coniugali.

I successi delle camicie rosse in Sicilia, le pressioni dell'ambasciatore di Francia Brénier e i consigli di molti uomini politici indussero Francesco I, il 25 giugno 1860, a richiamare in vigore lo statuto. Con questa mossa il re sperava di dare un contentino ai liberali e contemporaneamente di arginare le simpatie che Garibaldi andava conquistandosi nella popolazione, e di bloccare l'opera di sgretolamento dell'esercito borbonico che andavano compiendo gli emissari del conte di Cavour. E tuttavia quello statuto per il quale appena qualche decennio prima i liberali si erano tanto accanitamente battuti, ora non appagava più nessuno: si voleva, adesso, l'Italia unita e libera.

Nello stesso tempo, Francesco promulgò un'amnistia che riportò in libertà, con i patrioti, una enorme quantità di camorristi schedati come liberali; le strade di Napoli incominciarono ad essere percorse da turbe di scalmanati che, con la scusa di inneggiare a Garibaldi provocavano disordini.
Ancora sperando di salvare il salvabile, il re formò, il 27 giugno, giorno in cui si erano verificati gravi tumulti, un nuovo ministero a capo del quale mise il duca Antonio Spinelli e di cui chiamò a far parte, prima come prefetto e poi come ministro di polizia, l'avvocato Liborio Romano, uno strano e ambiguo tipo di liberale che nel passato aveva sofferto più volte il carcere e l'esilio.
Liborio Romano, il ministro dell'interno che trasformò nel 1860 i camorristi in poliziotti. In pratica, scavalcando il duca Spinelli, Liborio Romano diventò il vero arbitro della situazione, ma il re lo assecondò, convinto che il ministro fosse l'unico a poter sorreggere, tirando dalla sua parte i liberali, l'ormai traballante dinastia borbonica.

Da abilissimo mestatore politico, l'avvocato Romano faceva credere ai liberali di star preparando il terreno per l'avvento di Garibaldi, e lasciava intendere ai borbonici di essere l'ultimo strenuo difensore della monarchia: in realtà il ministro, resosi conto che, data la fluidità della situazione internazionale, le due Parti in lotta avevano eguali probabilità di prevalere, agiva in maniera da Poter, in ogni caso, mantenere se stesso a galla. Pressoché inviso a tutti, Liborio Romano era invece idolatrato dai camorristi. Perfino la sua personale guardia del corpo era un affiliato della Bella Società Riformata.

E fu proprio ai camorristi che Liborio Romano si rivolse per costituire la Guardia Cittadina. La sera del 27 giugno, segretamente, l'uomo politico convocò il celebre capintesta Salvatore De Crescenzo detto «Tore 'e Criscienzo» e gli domandò se fosse disposto ad assumere il comando della costituenda nuova polizia, che doveva prendere il posto di quella borbonica. Ottenuta una risposta affermativa, ricevette altri esponenti della camorra, fra i quali Ferdinando Mele, Luigi Cozzolino detto «il Perzianaro», il «Chiazziere» e lo «Schiavetto» e concertò con essi un piano d'azione.
Da allora fino a dopo l'arrivo di Garibaldi, l'ordine pubblico venne diretto ed esercitato, a Napoli, esclusivamente dai camorristi. Contraddistinti da una coccarda tricolore sul cappello e armati apparentemente solo di un bastone, i membri della Bella Società Riformata arrestarono ladri e malfattori e impedirono quei saccheggi che sono tipici dei periodi di transizione politica. Salvarono insomma la città dal caos come hanno riconosciuto tutti gli storiografi tranne, naturalmente, quelli di osservanza borbonica.
Lo stesso Liborio Romano, in un suo volume di memorie, non poté evitare di rievocare quell'evento, sia pure minimizzandolo o comunque cercando di presentarlo nella migliore luce possibile.
Si tratta di una testimonianza storica di eccezionale valore che è indispensabile riportare, qui, per intera.
La violenza popolare del 27 giugno, rimasta necessariamente impunita, perché nei tumulti si sperdono le pruove dei reati; le miti intenzioni mostrate dal governo; il tolto stadio d'assedio; e le tradizionali abitudini di una generazione di uomini, che la civiltà non ha per anco spenta nella popolosa Napoli; erano incitamento ed invito a rinnovare il saccheggio, e le tragiche scene del 1799 e del 1848.
Agognavano mettere a sacco e a ruba la città; ed in tale intendimento avevano già tolti a pigione in diversi quartieri di essa i magazzini in cui si proponevano riporre le vagheggiate depredazioni.
La polizia, per mezzo della vigile ed onesta cittadinanza, conobbe questi nefandi propositi; tutti ne erano grandemente preoccupati; ma non era facile ripararvi.
Imperrocché le antiche guardie di polizia ed i gendarmi, fatti segno alla pubblica deprecazione, erano fuggiti per salvare la vita; sulla milizia regolare non potevasi fare affidamento; ché se pur taluni di essi non allettavano l'idea del saccheggio, erano avversi al novello reggimento, e cercavano per lo meno ogni occasione per iscreditarlo, e dirlo causa di tutti i disordini: né alcun a altra forza pubblica era efficace.
D'altra parte la reazione, comunque sgominata, serpeggiava latente, e faceva temer e che si collegasse con il partito sanfedista, a fin di seppellire nel saccheggio e nel sangue le libere istituzioni.
Anch'essi i camorristi, dubbiosi e incerti, aspettavano il momento di profittare d i qualsivoglia perturbazione avvenisse. Or, come salvare la città in mezzo a tanti elementi di disordine e d'imminenti pericoli.
Fra tutti gli espedienti che si offrivano alla mia mente agitata per la gravezza del caso, un solo parvemi, se non di certa, almeno di probabile riuscita, e lo tentai.
Salvatore De Crescenzo detto «Tore 'e Criscienzo», il capo della camorra assurto nel 1860 a capo della Guardia Cittadina. Pensai di prevenire la triste opera dei camorristi, offrendo ai più influenti loro capi un mezzo per riabilitarsi; e così parvemi di toglierli al partito del disordine, o almeno paralizzarne le tristi tendenze, in quel momento in cui mancavami ogni forza, non solo che a reprimerle, a contenerle.
Laonde, fatto venire in casa mia il più rinomato fra essi, sotto le apparenze di commettergli il disbrigo di una mia privata faccenda; lo accolsi alla buona, e gli dissi che era venuto per esso e pe' suoi amici il momento di riabilitarsi alla falsa
Posizione cui aveali sospinti, non già la loro buona indole popolana, ma l'imprevidenza del governo, la quale avea chiuse tutte le vie all'operosità priva di capitali. Che era mia intenzione tirare un velo sul loro passato, e chiamare i migliori fra essi e far parte della novella forza di polizia; la quale non sarebbe stata composta di tristi sgherri e di vili spie, ma di gente onesta, che, bene retribuita de' suoi importanti servizii, avrebbe in breve ottenuto la stima de' propri concittadini.
Quell'uomo, da prima dubbioso ed incerto, si mostrò tosto commosso dalle mie paroe, smise ogni diffidenza, volea baciarmi la mano; promise anche di più di quello che io chie deva; soggiunse che fra un'ora sarebbe tornato da me alla prefettura.
E prima che l'ora fosse trascorsa, venne con un suo compagno; mi assicurarono di aver dato le debite prevenzioni ai loro amici, e che io potea disporre della loro vita.
E mantennero le loro promesse; e per modo da convincermi, che se gli uomini purtroppo non sono interamente buoni, neppure sono interamente perversi, se tali non si costringono ad essere.
Improvvisai allora, ed armai, senza por tempo in mezzo, una specie di guardia di pubblica sicurezza, come meglio mi riuscì di raggranellarla fra la gente più fedele e devota ai nuovi princìpi e all'ordine; frammischiai fra questo l'elemento camorrista, in proporzione che, anche volendo, non potea nuocere; disposi che si organizzasse in compagnie; posi a capo di essi coloro che ispiravano maggior fiducia; ed ordinai che, divisi in pattuglie, scorressero immantinente tutti i quartieri della città.
Questo provvedimento istantaneo, ed istantaneamente attuato, sconcertò i disegni dei tristi, colpiti assai più dall'attitudine che dall'impotenza della forza; e così l'ordine, la città e le stesse libere istituzioni, furono salvi dal grave pericolo che li minacciava.
Si condanni ora il mezzo da me adoperato; mi si accusi di aver introdotto nella forza di polizia pochi uomini rotti ad ogni maniera di vizi e di arbitri. Io dirò a cotesti puritani, i quali misurano con la stregua dei tempi normali i momenti di supremo pericolo, che il mio compito era quello di salvare l'ordine; e lo salvai col plauso di tutto il paese.

In realtà gli affiliati alla setta, per decidere sulla proposta del ministro di polizia, si riunirono in un'assemblea che fu movimentatissima: si pronunciarono immediatamente favorevoli i camorristi di rione Montecalvario e Pignasecca, mentre quelli di Santa Lucia furono molto più titubanti.
Infine la Bella Società Riformata, una volta accettata la proposta di Liborio Romano, deliberò che, anche nei ranghi della polizia, il grado più alto dovesse essere conferito al capintesta «Tore 'e Criscienzo».
Furono nominati commissari, fra gli altri, i camorristi Cozzolongo, cameriere di una locanda, Ferdinando Mele, il garzone di un parrucchiere di via Chiaia, un parrucchiere del «Teatro Nuovo» e un ex spazzino; al taverniere Callicchio toccò la carica di ispettore. Tali nomine vennero regolarmente ratificate da Liborio Romano.
Non si può dire che, almeno nei primi giorni del loro mandato, gli ex camorristi diventati poliziotti si fossero comportati molto bene. Incominciarono col pugnalare il loro collega Peppe Aversano, quindi passarono a compiere molte vendette private.
In piazza San Nicola alla Carità aggredirono il giovane ispettore della polizia borbonica Perrelli, che nel passato li aveva perseguitati; ferito gravemente, l'ispettore venne adagiato su una carrozzella e avviato all'ospedale, senonché Ferdinando Mele lo raggiunse e gli inferse il colpo di grazia, uccidendolo.

Un altro ex commissario di Pubblica Sicurezza, Cioffi, fu picchiato a sangue e si salvò per miracolo. Istigati da patrioti del comitato «Ordine», il 28 giugno i camorristi incominciarono a dare l'assalto a tutti i commissariati di Pubblica Sicurezza, distruggendo gli archivi e poi sedendosi pomposamente dietro le scrivanie, forti della loro nuova condizione.
Al commissariato del rione Stella, dal quale i poliziotti borbonici non avevano voluto sloggiare, vi fu una sparatoria nutritissima. Dopo aver compiuto simili bravate, i membri della setta si toglievano dal capo il berretto con la coccarda tricolore, simbolo della loro qualifica di tutori dell'ordine, e si abbandonavano a pubbliche questue. Chi rifiutava di dare qualche soldo, veniva accusato di essere nemico della patria italiana e riceveva bastonate.
Per fortuna, sfogatisi abbondantemente nei primi giorni, i camorristi- poliziotti si rivelarono, successivamente, integerrimi paladini della legge e furono proprio essi a tutelare il passaggio dei poteri dopo la partenza di Francesco. Il re Borbone lasciò Napoli, ove già erano entrati alcuni bersaglieri sbarcati dalle navi inviate da Cavour, il 6 settembre.

Qualche ora prima di uscire per l'ultima volta dalla reggia, il sovrano si rivolse al ministro di polizia e, per fargli capire che, se fosse ritornato sul trono, l'avrebbe fatto impiccare, gli disse: «Guardatevi la testa».
Liborio Romano, che già aveva spedito un telegramma di benvenuto a Garibaldi, rispose: «Maestà, rimarrà a lungo sul mio collo». L'eroe dei due mondi entrò in Napoli all'una del pomeriggio del 7 settembre, e furono ancora i camorristi a badare, durante quei drammatici momenti, al mantenimento dell'ordine pubblico.
Anzi, in testa al corteo che seguiva la carrozza di Garibaldi, si erano messi i camorristi Jossa, Capuano, Mele, lo stesso «Tore 'e Criscienzo» nonché la tavernaia Marianna De Crescenzo detta «La Sangiovannara».
Costei, secondo gli storiografi di parte borbonica Giacinto De Sivo e Giuseppe Buttà, aveva fama di esser camorrista e come tale si comportava contraddicendo una regola e una tradizione che negava alle donne la possibilità di appartenere alla Bella Società Riformata. Venne effigiata da un celebre pittore. Saverio Altamura.
Nel nuovo ministero formato da Garibaldi, a capo del quale fu messo Luigi Carlo Farini, la carica di ministro della polizia continuò, per poco ancora, ad essere occupata da Liborio Romano. E i camorristi, coccarda tricolore sul cappello, serbarono saldamente i gradi di commissari di polizia. Col pieno assenso di Garibaldi, naturalmente. Del resto in Sicilia il «Dittatore» era stato ben lieto di accogliere fra i suoi volontari, tramite il barone Giuseppe Sant'Anna, moltissimi picciotti reclutati nelle file della mafia.
Nelle prime settimane successive all'ingresso di Garibaldi, Napoli poté far esplodere tutta la sua pittoresca esuberanza che, come sempre, presentava in molti casi aspetti anche ridicoli e patetici.
Usciti dalle fortezze in cui si erano asserragliati, gli ultimi soldati borbonici in procinto di raggiungere il grosso delle truppe a Capua, circolavano ancora, in perfetta uniforme, per le strade della città, e si scambiavano saluti d'ordinanza con i bersaglieri piemontesi, con i garibaldini e con i componenti della Guardia Nazionale e della Guardia Cittadina.
Chi governava?
Ufficialmente il ministero insediato da Garibaldi, ma vi era poi un consiglio di dittatura e vi erano comitati vari. In tale guazzabuglio i camorristi, ancora con la coccarda tricolore sul cappello, erano forse i soli a non aver perso completamente la testa.
Era però assurdo pretendere che i membri della Bella Società Riformata, per il solo fatto di essere stati inquadrati in un corpo di polizia e di essere stati nominati chi commissario e chi ispettore, potessero comportarsi eternamente da galantuomini.
Dopo i primi momenti di euforia, infatti, i camorristi si accorsero che la loro nuova condizione di tutori dell'ordine, poteva favorirli nell'esercitare più agevolmente i tradizionali soprusi.
Il capintesta Salvatore De Crescenzo decise di avocare alla sua squadra tutte le tangenti sul contrabbando di mare, mentre il capintrito Pasquale Merolle si riservò le tangenti sul contrabbando di terra. Alla testa dei loro fidi, i due camorristi sorvegliavano tutti i varchi della città, ogni volta che arrivavano casse di merci, essi dicevano ai doganieri: è roba di zio Peppe, è roba di Garibaldi.

Gli importatori furono esonerati così dal versare il dazio all'erario, ma non dal consegnare ai poliziotti- camorristi grosse somme che finivano nei forzieri della Bella Società Riformata.
Altri varchi cittadini erano piantonati dai gregari del capintrito Antonio Lubrano detto «Totonno 'a Porta 'e Massa». «E roba di zio Peppe», ripetevano anche loro ai doganieri, e pure il dazio sui bovini veniva dirottato verso le casse della criminale setta.
Gli introiti della dogana, che normalmente, malgrado la secolare presenza della camorra, si aggiravano sui 40.000 ducati al giorno, scesero rapidamente a 1.000 ducati; e vi fu anche un giorno in cui, in tutta Napoli, i gabellieri riscossero appena venticinque soldi. Nel mese di dicembre, in una sola notte, vennero arrestati, dai militari, novanta poliziotti-camorristi: già 1'indomani la dogana riuscì a incamerare 800 ducati.
Nella confusione politica e amministrativa della città, comparve una schiarita il 3 gennaio 1861, quando il principe Eugenio di Carignano sostituì nella luogotenenza Luigi Carlo Farini, dimostratosi troppo debole. Il nuovo ministro era affiancato dal giovane diplomatico Costantino Nigra, il quale aveva il compito di inviare dettagliate relazioni a Cavour sulla situazione napoletana.
La carica di direttore della polizia andò al patriota Silvio Spaventa che, immediatamente, sciolse il corpo delle Guardie Cittadine e lo rimpiazzò con quello delle guardie di Pubbli ca Sicurezza, licenziando insomma i camorristi.
Naturalmente questo fermo atteggiamento gli procurò innumerevoli inimicizie; per poco, anzi ' non gli costò la vita. Il 19 gennaio vi fu una prima dimostrazione contro il nuovo funzionario. Gruppi di camorristi, chiedendo di essere reintegrati nei ruoli della polizia, percorsero le strade di Napoli e provocarono tumulti gravissimi.
Ma la manifestazione più massiccia, i camorristi l'organizzarono tre mesi dopo, il 26 aprile, quando Spaventa, d'accordo col generale Tappeti, emanò un'ordinanza che faceva divieto ai componenti della Guardia Nazionale, anch'essa inquinata, di indossare l'uniforme fuori dalle ore di servizio.
Una fiumana di ex Guardie Cittadine, di Guardie Nazionali e di garibaldini, guidati dai capi della Bella Società Riformata invasero il ministero chiedendo la testa di Silvio Spaventa. Il patriota fu salvato dalla presenza di spirito dei segretari Giuseppe Colucci ed Emilio Vaglio i quali riuscirono a farlo fuggire da una scala segreta.
Delusi, ma decisi a non darsi vinti, i camorristi si avviarono verso il palazzo Latilla, dove Silvio Spaventa, ospite di Onorato Croce, aveva preso dimora e, trovatolo deserto, lo devastarono.
Un camorrista, per bravata, si affacciò da una finestra e, mostrando alla folla un coltello , gridò: «Ho ucciso Silvio Spaventa! L'ho ucciso con questo!».

La folla applaudì a lungo. Informato, nel suo rifugio, di questi drammatici avvenimenti, Silvio Spaventa si rese conto che gli rimaneva un sol sistema per recuperare il suo prestigio di direttore della polizia: dimostrare, ai camorristi, di non temerli affatto.
Volle dunque uscire a piedi e, accompagnato da Costantino Nigra, da Federico Quercia e da Tommaso Arabia, andò a cenare al Caffè d'Europa che allora era diventato, appunto, il quartiere generale della polizia camorristica.
Quindi, assolutamente solo, si recò al teatro San Carlo, entrò in un palco di seconda fila, di cui erano titolari i suoi amici Petroni, assisté tranquillamente allo spettacolo, e andò infine a farsi una passeggiata notturna per via Toledo.
Ammirati e sorpresi per il suo coraggio, i camorristi non osarono molestarlo. Purtroppo, quella di sgominare la setta rimase un'illusione per Silvio Spaventa. La lotta iniziata da Silvio Spaventa fu proseguita, nel 1862, dal questore Carlo Aveta.
La situazione era più che mai disastrosa. Ufficialmente estromessi dalle forze di polizia, gli affiliati alla setta avevano tuttavia guadagnato altre innumerevoli leve di potere: ogni volta che faceva arrestare un camorrista, Carlo Aveta riceveva almeno venti lettere di deputati i quali lo pregavano di annullare il provvedimento.
La verità è che i camorristi, sebbene analfabeti, erano già in grado di manovrare le masse elettorali, per cui quei napoletani i quali ambivano ad occupare un seggio nel parlamento di Torino, dovevano ricorrere al loro appoggio.
Nel luglio del 1862, approfittando di quello stato di assedio che era stato proclamato nelle province meridionali per consentire al generale Lamarmora di combattere il brigantaggio, il questore Aveta decise di condurre un'azione massiccia contro la camorra.
E tuttavia non trovò niente di meglio da fare che seguire, mutatis mutandis, l'esempio di Liborio Romano. Considerato che a Napoli, oltre ai camorristi imperversavano i guappi, quegli individui che, pur comportandosi da sopraffattori non erano affiliati alla Bella Società Riformata, Carlo Aveta pensò di chiedere il loro aiuto.
Volle mettere, insomma, guappi contro camorristi.
I guappi Nicola Jossa e Nicola Capuano, i quali già, sebbene per poco, avevano ricoperto incarichi nella Guardia Cittadina furono convocati dal questore Aveta e promossi delegati di Pubblica Sicurezza.

Il provvedimento, per la verità, si rivelò quanto mai efficace. Fu soprattutto Nicola Jossa a rendere grossi servigi all'ordine pubblico. Il delegato ex guappo, che conosceva i camorristi di Napoli uno per uno, li andava a scovare nei posti più impensati, perfino nel bosco di Capodimonte, li fissava con occhi sprezzanti, li colpiva a scudisciat e sulle mani, e: «Avanti! Dirigiti verso il carcere di Castelcapuano. Io ti seguo a due passi di distanza!», urlava.
Ogni giorno, scovati da Jossa. decine di camorristi, diventati improvvisamente docili e arrendevoli, entravano nelle prigioni. Spronato dal questore, Nicola Jossa volle poi compiere un'azione di bonifica al Ponte della Maddalena dove, ritto sull'uscio dell'ufficio doganale, il celebre capintesta Salvatore De Crescenzo imperava indisturbato.
Andò lì tutto solo, Nicola Jossa. Si avvicinò al capintesta, il quale, come sappiamo, nel periodo di transizione aveva ricoperto il grado di caposquadra della Guardia Cittadina, e gli disse: «Da oggi in avanti, tu qua non comandi più. Il ponte della Maddalena appartiene alla legge» .
Una lunga e pacata discussione indusse i due a decidere di sfidarsi a una zumpata: se avesse vinto «Tore 'e Criscienzo», il ponte della Maddalena sarebbe rimasto nelle mani della camorra; in caso contrario sarebbe passato allo Stato.
L'indomani mattina Nicola Jossa e «Tore 'e Criscienzo» si incontrarono al Campo di Marte. Entrambi a torso nudo, ciascuno armato di un affilato coltello, essi disputarono una drammatica zumpata. Nicola Jossa ebbe il sopravvento ma, generosamente, anziché uccidere il suo avversario, si limitò a ferirlo al braccio. «Il ponte della Maddalena appartiene alla legge. Accompagnami al carcere», disse Salvatore De Crescenzo.