Inviato 27 giugno 2012 - 04:48
Due anni
Come passa il tempo!
Ieri abbiamo festeggiato due anni da quando ci siamo trasferiti in Moldova. Abbiamo festeggiato certo, non commemorato, siamo felici di aver preso la decisione a suo tempo e mai abbiamo avuto ripensamenti. In occasione di questa festa vorrei far dono a tutti quelli che in questi due anni hanno seguito pazientemente le vicende di questo diario, di un piccolo regalo: le prime pagine del mio romanzo ambientato in Moldova. Non so se è un regalo, fate voi. E' una bozza ancora "in cantiere", ma è quasi quella definitiva.
Capitolo I
- Buna diminaza, domnu Franco! – mi salutò Ludmila, la signora che spazzava il cortile dalle foglie secche.
- Uno strano tempo autunnale oggi, pensare che siamo in dicembre - Proseguì con il suo romeno con un forte accento russo come molti moldavi di una certa età.
- Buna diminaza, doamna Ludmila! – risposi.
- Come vanno gli affari, domnu Franco? - chiese Ludmila appoggiandosi alla ramazza che usava come scopa. Sorrisi senza rispondere, gli affari non andavano troppo bene. Da quando mi sono trasferito in Moldova dall'Italia inventandomi il lavoro di investigatore privato, non ho molti clienti. I moldavi hanno qualche remora ad affidare i loro affari personali a uno straniero, per di più a un poliziotto privato.
Ex poliziotto in pensione, sette anni fa mi sono trasferito in Moldova dopo aver sposato Alina, una moldava conosciuta all'Ufficio Stranieri della mia città, Pescara. Rimasi subito colpito dalla dolcezza e semplicità della donna, così prendemmo a frequentarci e in poco tempo capimmo che per noi ci poteva essere una seconda possibilità Avevo avuto già un'esperienza matrimoniale finita male, mi trovavo in un periodo critico della mia vita, Alina mi aiutò non poco nel rimettermi in carreggiata. All'epoca non sapevo neanche dove si trovasse la Moldova, lei me la fece scoprire e ne rimasi affascinato. Ci sposammo subito dopo avuta la sentenza di divorzio dalla mia prima moglie . Dopo poco mesi chiesi di andare in pensione e decidemmo insieme di trasferirci a Chisinau, la capitale di quel paese sconosciuto ai più. Con la mia buonuscita acquistammo un piccolo appartamentino e lo arredammo modestamente, secondo le nostre possibilità.
Non fu facile lasciare i miei affetti, i miei amici, le mie abitudini, per affrontare una nuova vita con Alina, ma la curiosità e lo spirito d'avventura prevalsero. Dopo pochi mesi di permanenza in Moldova purtroppo Alina si ammalò di un male incurabile. Morì lasciandomi disperatamente solo. Dopo la tragedia non me la sentii di ritornarmene in Italia, volevo comunque rimanere accanto a Alina. Tornare a Pescara mi sembrava di tradirla, abbandonarla. Decisi quindi di rimanere a Chisinau cercando di sbarcare il lunario con la mia pensione di ex poliziotto e intraprendere coraggiosamente l'attività di investigatore privato: figura professionale non molto diffusa in Moldova.
Nel corso degli anni ho imparato il romeno cercando di mettere in pratica l'esperienza acquisita in tanti anni di servizio nel reparto investigativo della Questura di Pescara. Con le mie relazioni e il mio lavoro, sono diventato il corrispondente moldavo di diverse agenzie di investigazioni private italiane, ucraine, russe. Sulla porta del mio ufficio ora campeggiava la scritta:
“Franco Malerba - Investigatore Privato”
In quella mattina di dicembre, mi avviai con passo svelto su Miron Costin, la via dove abitavo, per raggiungere il mio piccolo ufficio distante poche centinaia di metri su viale Moscova. Era un normale mercoledì di una settimana qualsiasi, all'apparenza un giorno come un altro, ma presto si sarebbe rivelato un giorno difficile da dimenticare.
Ogni giorno, facendo lo slalom sui marciapiedi sconnessi, percorrevo lo stesso tragitto di pochi minuti che ormai conoscevo a menadito. Stranamente la neve non si era ancora vista in quei primi giorni di dicembre, la cosa era abbastanza strana, vista la stagione, negli anni passati già a novembre i parchi e le strade di Chisinau erano ricoperte di neve. Che strana esistenza la nostra! Non sei più sicuro di nulla, neanche delle stagioni che sono tanto schizofreniche da farti perdere la nozione del tempo. La colpa? Certamente dell’ozono, se proprio vuoi prendertela con qualcosa che non sa risponderti e smentirti, tanto il buco dell'ozono entra in ogni discorso e dovunque, e non risparmia neppure piccoli paesi sconosciuti come la Moldova! Eravamo in dicembre e il clima era più da paese mediterraneo.
Arrivato sul grande viale Moscova, svoltai a destra e proseguii dando qualche occhiata distratta alle tanti chioschi che incontravo per strada. Le piccole attività commerciali stavano aprendo i battenti, le babuske, le venditrici abusive, infagottate nei loro abiti pesanti, avevano esposto sulle bancarelle la loro mercanzia. Vendevano un po' di tutto: giornali, calze invernali, fiori, frutta e verdura. Da “La Placinte”, uno dei tanti locali della catena di ristoranti tipici molto nota in Moldova, all'angolo fra Miron Costin e Moscova, proveniva un forte odore di cipolla stufata: i cuochi stavano preparando la zama e la solianka per gli avventori più mattinieri.
Su viale Moscova il traffico di auto e trolleybus era al culmine, il solito crocchio di persone si accalcava per salire sulle rutiere e raggiungere il posto di lavoro. Le rutiere o maxi taxi sono quei furgoni concepiti per trasportare merci trasformati per trasportare persone che circolano pericolosamente nella capitale a ogni ora del giorno e della notte. Nelle ore di punta sono piene da scoppiare, con i passeggeri pigiati come le sardine in un barile di sale. Al volante di questi strani mezzi di trasporto, siedono “pirati” senza scrupoli che ti caricano e scaricano in qualsiasi luogo della città alla modica spesa di tre lei. C'era sempre molta animazione a quell'ora del mattino, la città si era svegliata da un pezzo.
Dopo qualche centinaio di metri, raggiunsi il caseggiato dove si trovava il mio ufficio: un vecchio bloc costruito in epoca sovietica bisognoso di qualche riparazione, come quasi tutti i palazzi di Chisinau. L'androne del palazzo era buio e maleodorante. Entrai in ascensore e spinsi il bottone del quinto piano. Come al solito l'ascensore era pieno di cicche e barattoli di birra , rimasugli inequivocabili di una festicciola notturna. I moldavi non hanno molta considerazione per i beni comuni, al punto da ritenere l'ascensore un territorio neutro, di proprietà sconosciuta, quindi non ne hanno nessuna cura.
Entrai nel mio ufficio e appesi cappotto e cappello su di un vecchio attaccapanni. Anni prima non avevo messo molto impegno nell'arredarlo: quattro sedie, un piccolo divano, un attaccapanni, una scrivania, il telefono, il computer e un apparecchio per fare il caffè con le cialde, gentile omaggio di un imprenditore italiano. Sul pavimento avevo steso un vecchio tappeto che il tempo e l'incuria avevano ridotto in uno stato pietoso. Notai con piacere che il riscaldamento centrale era acceso, spesso mi toccava battere i denti dal freddo. Spalancai la finestra per arieggiare la stanza e mi affacciai al balconcino per respirare l'aria fresca del mattino. Sotto di me si stendeva per tutta la sua lunghezza il grande viale Moscova, un boulevard a otto corsie, orgoglio e vanto dell'ingegneria sovietica di qualche decennio prima, una grande arteria che tagliava in lungo il quartiere Riscani. Come tanti viali di Chisinau, anche viale Moscova era costeggiato da una parte e dall'altra da una lunga fila di sicomori per abbellire e dare frescura durante l'estate. Di Chisinau si poteva dire tutto ma non che mancava il verde!
Alzai lo sguardo e notai nella casa di fronte una signora che stendeva il bucato. Appena mi vide si passò una mano sui capelli e mi lanciò un'occhiata piena di sottintesi. Con una certa soddisfazione tipicamente maschile constatai che il mio fisico asciutto e il mio incarnato abbronzato mediterraneo mietevano ancora vittime. Non per vantarmi ma dispongo di un fisico ben proporzionato e muscoloso frutto di una intensa attività fisica praticata in gioventù e dei cromosomi che gentilmente i miei genitori mi hanno lasciato in eredità. E poi, per dirla tutta, non amo eccedere in libagioni e bevute come la maggior parte dei moldavi, conduco insomma un'esistenza sana senza peraltro rinunciare ai piacere della vita.
Rientrai in ufficio e vidi sulla porta semichiusa dell'ufficio un signore che bussava per attirare la mia attenzione:
- Il signor Franco Malerba, se non sbaglio? - disse in italiano con il tipico accento del sud.
- Sì, sono io, in che cosa posso esservi utile, signor...?
- Ciferni...Pasquale Ciferni.
Gli indicai la poltrona difronte alla mia e mi sedetti.
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Il seguito, se volete proprio leggerlo, lo troverete stampato nel mio prossimo libro.