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Moldova: non è un paese per giovani


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#1 Anatolii L.

Anatolii L.

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  • Iscritto il: 28-luglio 15

Inviato 25 febbraio 2016 - 20:23

Il reportage del viadanese Paolo Bergamaschi, consigliere della Commissione Esteri del Parlamento Europeo
 
 
MANTOVA. A cosa pensereste se vi raccontassero di un paese dove l’uomo più ricco è anche il più potente con in mano un’ampia fetta di economia nazionale, il controllo quasi totale dei media e una supremazia illimitata in politica? E se a questo aggiungessimo anche una crisi profonda del settore finanziario con tre banche in profondo rosso, una corruzione pervasiva che intacca ogni settore della vita pubblica e storie piccanti a carico di politici di primo piano? Tranquilli, non si parla di Italia anche se i più maliziosi e, di certo, faziosi, correrebbero subito con il pensiero alla nostra penisola. Per una volta il paese in questione non è il nostro. Si trova a migliaia di chilometri di distanza, schiacciato fra Romania e Ucraina, su una linea di faglia in cui si scontrano periodicamente la placca dell’Unione Europea con quella della Federazione Russa scatenando scosse intermittenti di carattere geopolitico che si estendono minacciose in tutto il vecchio continente.
 
“Benvenuto in Moldovistan”, sono le prime parole con cui mi accoglie ironico un diplomatico europeo nella hall di un moderno hotel di Chisinau a sottolineare come la Moldova assomigli sempre di più ad una autocrazia dell’Asia Centrale che ad uno stato democratico che ambisce ad integrarsi gradualmente nell’Unione. Le notizie provenienti negli ultimi mesi dalla capitale moldava mi avevano incuriosito e allo stesso tempo preoccupato a tal punto da convincere tre eurodeputati a venire in visita da queste parti, io con loro, per sincerarsi della situazione.
 
Dalle elezioni dell’autunno del 2014, in poco meno di 15 mesi, si sono già succeduti tre governi travolti da scandali e faide interne mentre cresce incontrollata la rabbia tra la gente, le strade si gonfiano di dimostranti e il paese si svuota di cervelli in fuga verso lidi più sicuri e accoglienti. Nelle aiuole davanti al parlamento è stato, perfino, allestito un accampamento permanente sulla falsariga di quello sorto spontaneo a Kiev in piazza Majdan nel 2013, solo che questa volta al potere si trovano i partiti che si appoggiano a Bruxelles mentre quelli che guardano a Mosca animano le piazze facendo la voce grossa. La rivoluzione è nell’aria, pronta a scoppiare alla prima scintilla, mentre l’Unione Europea tentenna sul da farsi e la Russia assiste compiaciuta.
 
Ho rischiato altre volte di perdere l’aereo ma mai come in questo caso mi era capitato di arrivare in aeroporto con il check-in ormai chiuso a dover supplicare l’operatrice della compagnia aerea recuperata, per caso, in un corridoio a riaprire gli imbarchi per consentirmi di salire a bordo. Uno spaventoso ingorgo autostradale aveva vanificato il largo anticipo con cui ero partito da casa costringendomi a raggiungere lo scalo di Verona appena pochi minuti prima del decollo. Cortesie che succedono solo nei piccoli aeroporti; nei grandi, di solito, vieni travolto dalla ressa e inghiottito nel caos. Poco più di due ore di volo durante le quali leggere velocemente i documenti più recenti sulla situazione in Moldova ed eccomi a Chisinau in un altro piccolo aeroporto di una capitale che non si rende ancora conto di essere tale e che, forse, non ha mai ambito ad esserlo salvo doversi adattare alle curve improvvise ed imprevedibili della storia. Il tempo di raggiungere l’hotel, accogliere gli eurodeputati in arrivo da Francoforte che si inizia con il tradizionale briefing di apertura con gli ambasciatori europei che impiegano solo pochi minuti per sciogliere i lacci cerimoniali della diplomazia ed esternare in modo diretto frustrazione e disappunto.
 
 “C’è un enorme problema di credibilità per l’Unione”, attaccano all’unisono, “abbiamo a che fare con dei prestanome che raccontano a Bruxelles quello che gli europei vogliono sentirsi dire salvo, poi, nella pratica fare il contrario una volta a casa”. Chi è al governo continua a definirsi a parole pro-europeo ma, di fatto, la spinta delle riforme si è esaurita da tempo in un paese che è il più grande beneficiario pro-capite di fondi europei. “Chi può scappa”, sottolinea l’ambasciatore dell’Unione Pirkka Tapiola, “basti pensare che ufficialmente gli abitanti sono quattro milioni ma secondo le stime delle compagnie telefoniche nella realtà non sono più di due milioni e mezzo”. “Dobbiamo interrogarci su quello che è la Moldova oggi”, aggiunge un altro diplomatico, “un piccolo villaggio divenuto strategicamente importante sul piano geopolitico”, chiosa ironico. “Ma non dobbiamo ripetere gli errori degli americani in America Latina negli anni settanta”, osserva con una certa amarezza, “quando puntellavano tutte le dittature in funzione anticomunista”. I presenti concordano unanimi che è di assoluta importanza rimanere coerenti con i valori europei. Già, ma come riuscire nell’impresa quando la professione formale di europeismo è un escamotage per coprire malgoverno e interessi privati in atti pubblici? Il termine inglese più utilizzato da queste parti per definire il processo in corso in Moldova è “state-capture” ovvero cattura, occupazione, appropriazione dello stato da parte di soggetti privati. Le forze al potere sono talmente impopolari che in gennaio per evitare contestazioni di massa contro l’insediamento del nuovo governo hanno fatto convocare il parlamento solo tre ore prima della seduta con una breve riunione di mezz’ora in cui, senza alcun dibattito prima del voto di fiducia, il candidato premier ha presentato il programma e la lista dei ministri che a loro volta hanno prestato giuramento in tutta fretta alle undici di notte davanti al presidente della repubblica. Del tutto ovvio che questa procedura carbonara abbia scatenato ancora di più la rabbia della gente. Per il nuovo primo ministro Pavel Filip la strada è tutta in salita. Facile ottenere la fiducia del parlamento; difficile, quasi impossibile ottenere quella dell’opinione pubblica.
 
“E’ un momento interessante ma, di certo, non il migliore per visitare la Moldova”, esordisce il presidente del parlamento Adrian Candu mentre ci accoglie nei suoi uffici che si trovano a pochi metri dall’accampamento dei manifestanti. “I governi precedenti hanno fatto molti errori ma ora è importante agire in fretta per riprendere il percorso delle riforme”, afferma, “che sono l’obiettivo prioritario del nuovo esecutivo”. Candu sottolinea come nelle prime due settimane il consiglio dei ministri abbia già adottato il nuovo regolamento bancario e il pacchetto di leggi riguardanti il settore energetico. “Dobbiamo, inoltre, soddisfare rapidamente tutti i requisiti necessari perché il Fondo Monetario Internazionale possa tornare in missione a Chisinau per negoziare il nuovo prestito”, commenta con una vena di preoccupazione. E’ noto che le casse dello stato sono quasi vuote dopo lo scandalo che ha coinvolto i tre principali istituti di credito del paese. “Per combattere la corruzione abbiamo appena approvato i disegni di legge sull’integrità dei membri di governo in linea con le richieste della società civile e degli organismi europei”, puntualizza lo speaker del parlamento mentre ci fornisce ragguagli sulle inchieste in corso. Voci ricorrenti pronosticano che in mancanza di iniezioni di denaro fresco lo stato non sarà in grado, nei prossimi mesi, di far fronte alle scadenze previste incluso il pagamento dei salari dei dipendenti pubblici. Adrian Candu è un affabile interlocutore dai modi gentili e l’inglese fluente. Gli osservatori critici lo descrivono come il volto presentabile e braccio destro del grande burattinaio che dietro le quinte muove i fili della politica moldava: Vladimir Plahotniuc. 
 
La scena economico-politica di tutti i sei paesi del partenariato orientale e più in generale delle ex- repubbliche dell’Unione Sovietica è caratterizzata dall’ingombrante presenza di oligarchi, uomini d’affari che hanno accumulato ingenti fortune durante gli anni caotici della transizione da economia di stato a quella di mercato grazie a processi di privatizzazione di beni ed aziende pubbliche non proprio trasparenti per non dire opachi o perfino torbidi. In autocrazie come Russia e Bielorussia gli oligarchi agiscono indisturbati  con la protezione, in simbiosi o sotto le ali robuste di Putin e Lukashenko, gli uomini forti che ne dirigono e controllano le mosse. In altri paesi come la Moldova, la Georgia, l’Armenia o l’Ucraina sono liberi di muoversi senza alcun vincolo o controllo accaparrandosi direttamente, anche con mezzi poco ortodossi, pezzi di stato e spazi di politica. Vladimir Plahotniuc è l’unico vero oligarca della scena moldava. Da solo controlla più del 70% dei media, varie attività economiche e almeno una forza politica, il Partito Democratico (legato al Partito Socialista Europeo), oltre a tanti deputati di altre forze. Cinquantasei di loro, sui 101 che compongono il parlamento, hanno firmato a inizio anno la richiesta al capo dello stato di nominare Plahotniuc primo ministro del nuovo governo. Ma il presidente Nicolae Timofti, un ex giudice costituzionale, tra furibonde polemiche e sotto la crescente pressione popolare ha respinto la lettera ai mittenti per questioni di integrità pubblica.
 
“Non c’è nessuno che non sia ricattabile in Moldova”, mi raccontano alcuni amici riportandomi voci secondo le quali Plahotniuc è in possesso di materiale compromettente e video a luci rosse che, se resi pubblici, potrebbero distruggere le carriere di tanti personaggi di primo piano. Si spiega, forse, in questo modo il cambio di casacca di parecchi deputati. Così al posto di primo ministro è salito Pavel Filip, legato a doppio filo con l’oligarca tornato, per il momento, nell’ombra per preparare le contromosse della sua ascesa alle alte cariche dello stato.
 
“In questo paese non esistono leader politici bensì proprietari di partito”, sostengono i maligni evidenziando come chi si trova al vertice delle forze politiche sono gli stessi che le hanno fondate e che elargiscono posti di lavoro, salari e prebende. Vlad Filat era il leader del Partito Liberal Democratico, affiliato al Partito Popolare Europeo, e, fino a pochi mesi fa, anche il politico più conosciuto in Moldova dopo aver ricoperto per quasi tre anni il ruolo di primo ministro. Anche lui uomo d’affari, fino al 2013 era considerato il compare di Plahotniuc. Poi, dopo uno scontro pubblico causato più dall’ego insaziabile di entrambi che da ragioni politiche, si è rotta l’alleanza e Filat nell’ottobre dello scorso anno è finito in gattabuia, travolto da quello che la stampa locale ha definito il furto del secolo ovvero il buco di un miliardo di dollari a carico delle prime tre banche del paese che ha costretto governo e banca centrale ad intervenire per scongiurare il collasso dell’intero sistema creditizio. Dove siano finiti quei soldi, che corrispondono grosso modo al 15% del PIL moldavo, è oggetto delle indagini giudiziarie in corso. Filat è accusato di aver intascato una tangente di 250 milioni di euro, una cifra davvero scomoda e ingombrante se, come si dice, è stata consegnata in mazzette di banconote contenute in valigette. Numero e volume di queste è argomento corrente di battute e scommesse nei caffè di Chisinau. Tutti sanno che l’ex primo ministro non può essere l’unico responsabile del misfatto. Gli uffici del procuratore generale e dell’autorità anti-corruzione, però, nonché di parte dei servizi segreti, sono saldamente nelle mani degli uomini di Plahotniuc e, secondo alcuni, rispondono e si muovono seguendo precisi ordini.
 
Di miliardari, uomini d’affari e oligarchi saliti al potere ce ne sono stati tanti, vedi recentemente i casi di Bidzina Ivanishvili in Georgia o Petro Poroshenko in Ucraina. Il più citato e conosciuto a livello internazionale, però,  è senz’altro Silvio Berlusconi che ha fatto scuola sia per carisma, che per spregiudicatezza e longevità politica entrando di diritto nell’immaginario collettivo di mezzo mondo. Anche Plahotniuc e Filat non hanno potuto sfuggire al fascino dell’ex-presidente del consiglio italiano. Raccontano le cronache moldave un aneddoto di qualche anno fa. I due si erano recati ad Arcore per una visita di cortesia e Berlusconi li ospita a cena. Storditi e sbalorditi dall’eleganza degli arredi e dallo sfavillio di soprammobili e oggetti vari, durante la momentanea assenza del padrone di casa,  Filat viene colto dal raptus di portarsi a casa un souvenir, afferra una forchetta di argento dalla tavola e se la mette nella tasca interna della giacca sotto l’occhio benevolo e apparentemente complice del compare. Alla ricomparsa di Silvio prima del commiato, però, Plahotniuc si esibisce in un gioco di prestigio fuori programma. “Mister Berlusconi”, spiega l’oligarca, voglio mostrarle che sono in grado di far sparire una posata dalla mia giacca materializzandola in quella del mio amico” e così facendo prende un’altra forchetta e la infila nella tasca interna della propria giacca sfilando subito dopo con un rapido movimento la prima forchetta dalla giacca di Filat, colto alla sprovvista, tra l’ilarità compiaciuta dell’imprenditore italiano. Narrano le cronache moldave che in quell’occasione Plahotniuc vinse la prima battaglia con Filat uscendo dalla villa di Arcore con il trofeo-forchetta ambito dal compagno. Il tutto a spese di Berlusconi.  
Non usano mezze misure nel commentare la situazione i rappresentanti della società civile che ci raggiungono in una sala dell’hotel dove alloggiamo. Delusi, frustrati, scazzati, spazientiti non sanno più a chi rivolgersi per manifestare il proprio sdegno nei confronti di ciò che sta avvenendo nel loro paese. “Per troppo tempo la Moldova è stata spacciata in Europa come una storia di successo camuffando la realtà”, racconta il primo interlocutore, “lo stato è stato privatizzato da un’unica persona”. “Anche se il nuovo governo è stato eletto nel rispetto della legge non ha alcuna legittimità visto che sta in piedi grazie al sostegno di un pugno di deputati che ha cambiato schieramento”, osserva un altro. “Ci accusano di essere pro-russi solo perché osiamo criticare chi è al governo”, aggiunge un terzo. “Se il processo di integrazione europeo è quello cui assistiamo oggi in Moldova io sono anti-europeo”, dichiara l’ultimo ospite, provocatoriamente, al colmo della sopportazione. Difficile dare loro torto. L’Unione Europea sta perdendo la faccia e forse l’ha già persa. La propaganda russa che nelle altre ex repubbliche sovietiche batte la grancassa in Moldova non ha alcun bisogno di amplificazione. “Per Mosca basta mettere alla berlina i bisticci e i pasticci delle forze di maggioranza per ingraziarsi di nuovo l’opinione pubblica”, commenta chi si trova al mio fianco. “La Moldova, però”, mi confessa un amico, “è ancora vittima della mentalità sovietica: tutti disapprovano il sistema ma, allo stesso tempo, tutti ne vorrebbero fare parte”.
 
Gli spostamenti nelle capitali sono solitamente problematici. Anche pochi chilometri possono trasformarsi in una penosa odissea se si è vittima del traffico congestionato del centro. Non è, però, il caso di Chisinau. Qui ministeri, parlamento, e uffici governativi si trovano a poche centinaia di metri di distanza gli uni dagli altri al punto da rendere superfluo ogni mezzo di trasporto. Meglio, quindi, riordinare le idee a piedi fra un appuntamento e l’altro attraverso i numerosi parchi cittadini evitando i cumuli di neve sporca ormai affumicata dagli scarichi delle automobili. Andrei Galbur è vice-primo ministro fresco di nomina nonché ministro degli esteri e responsabile dell’integrazione europea. Passa per un duro nei ranghi del nuovo governo. A lui si devono le recenti disposizioni che obbligano i corrispondenti stranieri a richiedere un’apposita autorizzazione per esercitare l’attività giornalistica in Moldova. Tenendo conto del fatto che occorrono almeno trenta giorni per ottenerla chi non si trova già nel paese ed arriva per descrivere fatti e misfatti dell’ultima ora è impossibilitato, in pratica, a svolgere la professione. “Non mi interessano le parole, contano i risultati”, attacca subito dall’altro lato del grande tavolo attorno al quale siamo seduti in una sala del ministero.  “La classe politica ha una grande responsabilità per quello che sta accadendo ma questo governo vuole riportare il paese sulla retta via delle riforme in particolare per quanto riguarda il settore della giustizia e la lotta alla corruzione”, sostiene convinto. Galbur tiene a sottolineare la propria indipendenza dalle forze di maggioranza confermando la consuetudine che attribuisce il portafoglio degli affari esteri a personalità libere da vincoli di partito. Sembra sincero quando afferma che la porta del dialogo con la società civile è sempre aperta. Ripete come un mantra che occorre riconquistare la fiducia della gente, si dichiara a favore di rigide condizioni per eventuali futuri crediti dalle istituzioni internazionali, promette di affrontare la questione della concentrazione dei media. Rimane sul vago e non si sbilancia, però, quando si tratta di stabilire i tempi precisi della tabella di marcia che dovrebbe scandire la messa in atto delle riforme. Galbur si rivela meno ostico di come me l’avevano descritto. Forse comincia a rendersi conto del compito immane che lo aspetta.
 
Chi non crede a una parola di quello che dice Galbur e, in generale, gli esponenti del governo sono ovviamente i leader dell’opposizione che incontriamo nella sede dell’ambasciata europea. Igor Dodon, Renato Usatii e Andrei Nastase compongono un trio eterogeneo e mal assortito se si considerano i trascorsi, gli orientamenti e le forze che rappresentano. Dodon, leader del Partito Socialista, me lo ricordo bene durante l’ultima campagna elettorale immortalato nei manifesti a fianco di Putin; Usatii, leader del partito “Patria”, è un imprenditore populista molto discusso con base in Russia; Nastase da mesi occupa le piazze con la sua piattaforma civica “Dignità e verità”. I primi due gravitano nell’orbita russa mentre il terzo è un europeista critico disgustato dalla piega che hanno preso gli ultimi avvenimenti. Da qualche settimana i tre leader, le cui forze secondo gli ultimi sondaggi rappresentano insieme il settanta per cento delle intenzioni di voto, hanno stretto un patto per abbattere il nuovo governo e convocare elezioni anticipate. Militando in campi opposti hanno deciso di accantonare per il momento le questioni geopolitiche per affrontare assieme i problemi più scottanti. Per Nastase occorre liberare la Moldova dalla presa di Plahotniuc che ha distrutto la democrazia e ha soggiogato lo stato ai suoi interessi; per Usatii i problemi della giustizia in Moldova sono peggio di quelli in Russia; per Dodon la Moldova si è trasformata in uno stato oligarchico che sfrutta i valori europei per altri fini. Per Nastase bisogna prima mettere in atto le riforme e poi decidere eventualmente l’orientamento del paese; per Usatii è in corso una persecuzione giudiziaria nei suoi confronti che deve essere fermata; per Dodon l’UE dovrebbe controllare meglio come vengono spesi i soldi dei contribuenti europei in loco. Lo stesso Dodon, poi, chiarisce di essere a favore di un partenariato strategico con la Russia per ragioni di affinità ed opportunità economica anche se non vuole in nessun modo che la Moldova torni ad essere una colonia di Mosca. Ipotizza, quindi, quattro possibili scenari futuri: “Il governo adotta vere riforme contro gli oligarchi; nessuna riforma con l’Europa che continua a pompare denaro per ragioni geopolitiche; nessuna riforma, nessun finanziamento con elezioni anticipate; una rivoluzione come nella vicina Ucraina con spargimento di sangue”. Instabilità e moti di piazza sono lo spettro che agita il paese. Tutti gli osservatori concordano che la situazione è molto precaria, pronta ad esplodere alla prima scintilla ma nessuno scommette su quello che può accadere.
 
L’antico insediamento monastico di Orheiul Vechi si trova ad una sessantina di chilometri da Chisinau. Mi faccio accompagnare da un taxi a visitarlo per riempire il buco di qualche ora provocato dall’improvviso cambio di partenza del volo di ritorno. Il piccolo monastero, scavato nella roccia, è una meta turistica molto battuta da queste parti. Agli occhi di un italiano, però, non dice molto. Colpisce, al contrario, lo stato di abbandono dei villaggi che si attraversano per raggiungere la meta su e giù per strade sterrate e colline desolate. Si calcolano siano circa centomila i figli rimasti senza genitori in Moldova. L’emigrazione ha svuotato il paese delle energie migliori. Interi villaggi sono popolati solo di bambini, ragazzi ed anziani senza le generazioni intermedie con tutti i problemi sociali che ne derivano. Un paese senza giovani è un paese senza futuro. Ammesso che possa esserci, davvero, un futuro per la Moldova.