Ecco le prove (nella tesi
dell’allieva della prof Fornero)
Leggevo sul Corriere della mattinata da professoressa di Elsa Fornero. Il ministro del Lavoro, delle Politiche sociali e delle Pari opportunità è tornata per un giorno al ruolo di una vita: l’insegnamento. Lasciata Roma, è corsa all’Università di Torino per la discussione di una tesi di dottorato,
«L’impatto dell’immigrazione sul mercato del lavoro del Paese ospitante»
E la cosa mi ha colpito. è solo una sensazione che la politica sia (quasi) sempre slogan e (quasi) mai approfondimento dei fatti?
Ma vediamo che cosa dice la ricerca. Lo racconta alla 27esima ora la studentessa che ha condotto la studio: Agnese Romiti, 33 anni, una laurea in Ingegneria e un dottorato appena conseguito in Economia empirica ed Econometria. Quest’ultima disciplina è il ramo della statistica che si occupa di verificare «sul campo» i modelli economici teorici.
La tesi di Agnese è nata a partire da una domanda semplice semplice:
cosa è successo davvero ai salari e all’occupazione degli italiani con l’arrivo degli immigrati?
Ciascuno di noi può avere una propria idea sull’argomento, non fosse altro perché il tema dell’immigrazione negli ultimi vent’anni è stata al centro di polemiche politiche anche furiose. Però, di ricerche vere, fino a questo momento, non ce n’erano. E così Agnese, che dall’ottobre 2010 lavora al Cerp – il Centro di ricerca su pensioni e welfare del Collegio Carlo Alberto di Torino- ha provato a colmare il vuoto della letteratura scientifica su questo tema: flussi di migranti e impatto sul mercato del lavoro dei Paesi ospitanti. Tra l’altro, quello della nostra ricercatrice è il ramo italiano di uno studio partito dagli Stati Uniti e via via esteso ad altri Paesi.
I risultati potrebbero stupire qualcuno. Primo: non c’è alcun effetto negativo dovuto alla presenza degli immigrati né sugli stipendi né sul tasso di occupazione degli italiani. Consultando i dati dell’archivio Inps sui lavoratori dipendenti dal ’95 al 2004, Agnese ha concluso che «immigrati» e «nativi» non competono per lo stesso tipo di occupazione ma sono in qualche modo complementari. Insomma, il vecchio luogo comune dei «lavori che gli italiani non vogliono più fare» è, semplicemente, una realtà. Il buonismo non c’entra: gli stranieri non ci rubano i posti di lavoro, non sono responsabili del dimagrimento delle nostre buste paga e rispondono a una precisa domanda di lavoro che tra gli italiani non trova risposta.
In secondo luogo, Agnese Romiti certifica un altro fatto incontrovertibile: il fatto che gli immigrati contribuiscano ai lavori di cura degli anziani ha ridotto in modo decisivo il costo di questi servizi. Con una conseguenza importante: il posticipare la pensione di lavoratrici più o meno vicine all’addio al mondo del lavoro. Insomma: le badanti straniere permettono alle italiane di lavorare più a lungo perché sono loro ad occuparsi degli anziani di famiglia e perché, in termini di costi e diffusione, il servizio statale del welfare nostrano è molto scarso.
Infine, ma qui la ricerca riguarda l’Inghilterra, gli immigrati, contribuendo ai lavori di casa e alla cura dei figli, hanno modificato le scelte di offerta di lavoro e anche di fertilità delle donne britanniche. Nel senso che riducendo i costi dei servizi casalinghi (dalla pulizia di casa al babysitting) una donna in età fertile può agevolmente usufruire della prestazione di mano d’opera straniera e permettersi di lavorare di più e per più ore.
Fin qui, la ricerca. Che certo non copre la totalità dei problemi sollevati da un fenomeno epocale come l’immigrazione.
Eppure, è pretendere troppo che anche e soprattutto sui temi più emotivamente sensibili ci sia da parte della classe politica un minimo di consapevolezza in più?



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